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Il mare e il nuoto, l’infanzia e il presente in  una località ascosa boscosa ventosa, forse nel Cilento, chiamata laconicamente Qui. È la geografia sentimentale meridiana dell’io narrante pronto a specchiarsi nel vortice delle paure, per restituirle - questo l’impulso del racconto - in un volumetto concordato con l’editore. Le paure personali, ineffabili e talora ancestrali, e quelle cosiddette «industriali», fabbricate e filmate dal «cinema del terrore» in un mondo dove v’è sempre chi trae vantaggio dagli attentati, dalla guerra, dalla violenza «cieca» che invero ci vede benissimo. 

È la materia impalpabile e cruciale dell’ultimo libro di Silvio Perrella, Io ho paura (Neri Pozza ed., pagg. 124, euro 15,00). Il titolo all’indicativo presente rovescia l’assioma di un romanzo di successo di Niccolò Ammaniti (Io non ho paura, 2001) e si concentra invero sull’imperfetto. «Imperfetto come tempo verbale e imperfetto come accettazione di sé e dei propri limiti. Accettazione del proprio essere erroneo e fallace». 

Perrella riserva una feconda testura di memoir, finzione e  saggio letterario. Il suo è un tentativo di custodire «la bellezza e la finitezza di essere al mondo», per dirla con Sigmund Freud che ne scrisse, non a caso, all’indomani della carneficina della Prima guerra mondiale. D’altro canto, parafrasando Barthes, Io ho paura evoca e raccoglie «i frammenti di un discorso pauroso», ovvero elabora antidoti alla timidezza, all’ansia, alle fobie personali e sociali, all’angoscia dell’essere (e del non essere). Un vaccino non sistemico, bensì rapsodico. In luce, per esempio, i versi di Kavafis sull’inerzia in attesa dei barbari che infine non verranno, lasciando l’impero orfano della propria stessa paura. Mentre, qualche pagina oltre, risuona il richiamo alla Ginestra leopardiana che si piega, ma non si spezza, come gli alberi di Qui ancorati alla Terra e capaci di resistere al vento. È una polifonia marittima, Io ho paura, un portolano di voci lontane e sempre presenti, di fiabe e di ricordi, di personaggi probabilmente autentici e di episodi magari inventati (o viceversa), di sapienza popolare e di riferimenti filosofici. E poi Hansel e Gretel nella pineta lungo la costa, le apparizioni di Nina la Pazza, il fantasma di Bella, una vedova di guerra, divorata dalla Bestia... 

Nato a Palermo nel 1959 da padre veneziano, Perrella è un critico raffinatissimo nell’esegesi di Calvino, Parise, La Capria, nonché un fotografo dallo sguardo acuto e struggente (Doppio scatto, Bompiani 2015). Ma egli è soprattutto un appassionato filologo della città dove vive fin da giovane, Napoli, della quale coglie la natura «verticale», rarefatta, ritrosa alle convenzioni che edulcorano o riducono la morfologia e l’antropologia vesuviane nei soleggiati luoghi comuni della tradizione o negli stereotipi criminali. 

Qui è un arcipelago delle paure nel mese della villeggiatura estiva. «Quando ci sono venuto per la prima volta ero ancora un figlio... Poi sono diventato padre, e da padre quante volte mi è battuto il cuore all’impazzata perché prima l’una e poi l’altro dei miei figli erano stati apparentemente inghiottiti dal buio del mare o dalla pineta. Immagini di apocalisse negli occhi. Dove sono? Dove sono?». La natura incute paura, eppure il protagonista, un tenace nuotatore, trova nella natura il modo di placare lo sgomento, attraversando ogni giorno la baia con bracciate regolari e il respiro accordato al ritmo dei movimenti. È un rito acquatico. All’andata procede a stile libero, al ritorno a dorso, affidandosi al mare: «Io vado all’indietro dentro la tua possente liquidità e tu tieni a bada le insidie... E nell’andare all’indietro mi accompagna quella ragnatela di punti che vengono chiamati le mosche volanti. Sono una caratteristica degli occhi miopi. Una costellazione di puntini mobili che funestano la visione... La paura delle paure è quella di perdere la vista, la felicità della luce». 

Nel riconoscersi allarmato o atterrito affiora, in controluce, il principio di un riscatto. «Io ho paura, noi abbiamo paura: e proprio per questo proviamo a mettere in relazione noi stessi con le cause e con gli effetti». Così, la meditazione e la contemplazione quasi zen di questo piccolo libro dal tono elegiaco e dallo stile terso echeggiano l’«illuminismo malinconico» di cui Perrrella scriveva in Giùnapoli del 2005, riproposto di recente da Neri Pozza. La Ragione disincantata nondimeno «contro l’empia natura / strinse i mortali in social catena» (Leopardi, certo).

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Il libro sarà presentato oggi 11 luglio a Bari (libreria Laterza, ore 18), a cura dell'associazione culturale Donne in Corriera. Con l'autore, interverrà Katia Berlingerio. 

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