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Passa oggi 2 maggio al Bif&st «Baarìa» di Giuseppe Tornatore, nell'ambito del "Festival Ennio Morricone". Il film uscì dieci anni fa, nel settembre 2009. Ne riproponiamo qui la recensione in favore soprattutto degli spettatori più giovani che lo vedono per la prima volta sul grande schermo

La questione è il passaggio da un secolo all’altro. Non a tutti capita. Quelli che ne hanno la fortuna, ne scontano anche un’inesprimibile condanna: diventare all’improvviso, da un giorno all’altro, uomini o donne «del secolo scorso». E se quel secolo è il ‘900, col suo portato di tragedie ma anche di utopie collettive (il comunismo, prima di tutte), il senso di smarrimento, quasi di orfanilità, può farsi molto acuto via via che ci s’inoltra nel nuovo secolo (stavolta persino nel secondo millennio). Perché il ‘900 sarà anche stato un «secolo breve» secondo la storiografia che lo considera inaugurato dal primo conflitto mondiale nel ‘14 e archiviato con il crollo del Muro di Berlino nell’89, ma dentro ne ha avuta di roba e visti di eroi silenziosi sbattuti qua e là dai flutti della storia, spesso con l’unico appiglio di una sigaretta senza filtro. Come le tante cicche che accende Peppino, il protagonista di Baarìa di Peppuccio Tornatore, girato fra la Sicilia e la Tunisia, costato 25 milioni di euro.
«Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce, e quanto ce n’è. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità?». Lo confessava il personaggio di un altro film di Tornatore, La leggenda del pianista sull’oceano (1998), tratto da un monologo di Alessandro Baricco intitolato giusto Novecento. Stavolta il problema è quello: come raccontare «tutto il ‘900 che c’è», che c’è stato, a partire da tre generazioni di una famiglia: il capostipite Ciccio, il figlio Peppino, il nipote Pietro. Nel paese natale di Tornatore, alle porte di Palermo: Bagheria, il cui nome arabo è appunto Baarìa.
È una sfida non da poco, che il regista vincitore dell’Oscar 1989 con Nuovo cinema Paradiso, ingaggia con la consueta generosità e senza alcuna incoscienza, come dimostra questo dialogo finale. «Perché dicono che abbiamo un brutto carattere?» - chiede il figlio Pietro a Peppino. Il quale risponde: «Perché è vero. Oppure, perché vogliamo abbracciare tutto il mondo e non ce la facciamo, perché abbiamo le braccia troppo corte». 

In verità, nessuno le ha lunghe abbastanza. Ovvero, non si sa mai se per «abbracciare il mondo» è meglio allargare lo sguardo o concentrarsi su un dettaglio, trasvolare oceani o aggirarsi in un borgo, ambire alla saga o procedere per aforismi, essere metaforici e minimalisti o realisti e figurativi (chessò, «alla Guttuso», pure lui baariota e presente nel film). Ci riuscirono, certo, Federico Fellini e Sergio Leone, con film straordinari cui inevitabilmente Baarìa fa pensare: Amarcord e C’era una volta in America. Ma oltre a essere opere baciate dalla grazia, sono tutte novecentesche, non a cavallo di due secoli.

Per Baarìa Tornatore ha mirato alla quadratura del cerchio: autobiografismo familiare al servizio della grande narrazione storico-epica. Non gli è riuscita. Tuttavia, come Fellini e Leone, Tornatore si è sottratto alla dimensione più insidiosa in agguato: la mera nostalgia. Baarìa non è un film nostalgico. I suoi personaggi, le sue vicende, le sue lingue (nella versione originale il dialetto è più pregante) sono vividi, danno del tu al presente. Piuttosto, è l’amalgama fra le storie e la Storia a non convincere, sebbene le une e l’altra siano rappresentate con una certa efficacia in un’altalena agrodolce. Ed ecco allora l’infanzia misera e agreste e i gerarchi fascisti sbeffeggiati lungo il corso principale, le bandiere rosse listate a lutto dopo la strage di Portella della Ginestra (1 maggio 1947) e il riscatto di Peppino tramite il Pci, l’amore con la fascinosa Mannina e i figli, i presagi di una mendicante e gli anni Sessanta con i primi segni di benessere, la mafia e Mosca, la Dc e la fine del nonno Ciccio che in articulo mortis ripete «la politica è bella, la politica è bella» (chiosa che è piaciuta molto a D’Alema, laddove Berlusconi ha amato l’intero film, prodotto dalla sua «Medusa»).

Non diremo che Baarìa è troppo lungo: due ore e mezza. Ma nella prima parte procede per accumulo di situazioni e personaggi, senza riuscire a emozionare. Mentre, in vista del finale (o dei finali), Tornatore lascia il segno: ghermisce l’attenzione, fa in modo che il puzzle temporale si componga perfettamente, riserva delle sorprese. I dolly «fluidi» con la macchina da presa che s’innalza e ridiscende, le musiche sinfoniche di Ennio Morricone, il talento dei tanti attori «minori», tutto ciò di cui fin dall’inizio c’è un gran dispiegamento, solo verso l’epilogo realmente commuove. Il bambino del prologo (Peppino da piccolo) riaffiora da un sogno nella Bagheria di oggi, in un caos davvero felliniano. Egli fa in tempo a scoprire un luccicante segreto sepolto nelle stanze della casa di famiglia, sventrate dai muratori. In fuga da un edile, il bimbo incrocia un coetaneo del passato, cui è affidato, forse, «un senso a questa storia». Una mosca si libera da una piccola trottola di legno in cui era stata serrata. Come dire? Il ‘900 restò con un pugno di mosche in mano.

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BAARIA di Giuseppe Tornatore. Interpreti e personaggi principali: Francesco Scianna (Peppino), Margareth Madè (Mannina), Nicole Grimaudo (Sarina da giovane), Angela Molina (Sarina adulta), Lina Sastri (la mendicante), Salvo Ficarra (Nino), Valentino Picone (Luigi), Gaetano Aronica (Ciccio adulto), Alfio Sorbello (Ciccio da giovane)

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