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TU NON CONOSCI IL SUD

Silone, Chiaromonte, Sciascia
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Filippo La Porta e i suoi ritratti di intellettuali eretici

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

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Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Silone, Chiaromonte, Sciascia e altri "Disorganici" del '900

Uno dei significati di «organico», secondo il vocabolario Treccani, ha una matrice gramsciana e si riferisce a «persona il cui comportamento e la cui attività siano intimamente integrati e funzionali ai principî e all’ideologia del gruppo sociale o politico in cui opera». È il famoso «intellettuale organico», croce e delizia di chi si affacciò sulla scena culturale o politica tra gli anni ‘50 e ‘70 del secolo scorso. La massima onta, a sinistra, stava allora nel venire imputato di «inorganicità», cioè privo di coerenza, individualista, piccolo-borghese, anarcoide... Né mancava l’accusa di «giornalismo» rivolta a scritti non abbastanza «disciplinati» da parte dei cerberi dell’ortodossia, che in seguito si sarebbero spogliati della zavorra per esibire l’apostasia o la maschera dell’«ultimo dei comunisti» nella commedia mediatica.

Il critico letterario e saggista Filippo La Porta, nato a Roma nel 1952, di quelle stagioni è stato testimone e partecipe, letterato militante (cominciò sulle colonne del «Manifesto»), tuttavia ben presto diffidente degli eccessi di sistematicità. Lo ricordiamo da sempre rabdomante nelle letture, rigoroso e acuto nell’esegesi, ma anche aperto all’imprevedibile che nel testo può annidarsi, mettendo le ali alla fantasia e alla vita stessa del lettore. Grazie ai numerosi saggi su Dante, Pasolini o i «narratori di un Sud disperso» e naturalmente alle recensioni sui giornali, La Porta è un riferimento per la sua (e nostra) generazione, come furono in altri tempi Franco Fortini e Geno Pampaloni, entrambi già al fianco di Olivetti, l’uno ermetico di sinistra, l’altro più fedele alla letteratura che al secolo. Nel gioco dell’interpretazione, nella sfida linguistica, nella comparazione delle idee che si assorellano, La Porta è più «volpe» che «riccio», stando alla preziosa dicotomia stabilita dal filosofo Isaiah Berlin nel suo classico sui grandi pensatori della storia. Laddove il riccio «scava sempre nella stessa direzione e riferisce tutto a una visione centrale», mentre la volpe «apre molte piste e ha un pensiero disperso, privo di unità».

La citazione viene dal nuovo libro di La Porta, Disorganici. Maestri involontari del Novecento (Edizioni di Storia e Letteratura, pagg. 201, euro 12,00), una raccolta di trentotto medaglioni o brevi «ritratti critici di contemporanei» per dirla alla maniera della rivista «Belfagor». Concepito nella scia di un altro lavoro uscito per Bollati Boringhieri una decina di anni fa, Disorganici è davvero il presupposto di «una biblioteca portatile ad uso delle nuove generazioni», come recita il titolo dell’introduzione. Paradossalmente, è un libro con una sua intima e struggente organicità, perché pedina le intuizioni e riannoda i fili degli autori biografati nell’orizzonte di un altro Novecento, lungi dal secolo dei totalitarismi e delle ambizioni rivoluzionarie finite nell’89 fra le macerie del Muro di Berlino.

Il tratto comune a molti dei protagonisti sta nell’essere terzi, appunto, rispetto al fascismo (o al clericalismo) e al marxismo, per lo più liberal-socialisti o azionisti, appartati fin sotto i riflettori, eretici, irriducibili alle chiese vie più quando si tratta di autori cattolici, tormentati, pugnaci. Poche pagine dedicate a ciascuno di loro, «maestri alla portata del nostro smarrimento e della nostra passione» (Carlo Bo). Chi sono? Eccone alcuni: Jacques Maritain e Aldo Capitini, Carlo Rosselli e Ignazio Silone, Carlo Levi e Nicola Chiaromonte, Sartre e Camus segnati da vite parallele, Alberto Moravia e Berlin, Fortini e Pampaloni certo, Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini, Primo Levi e Leonardo Sciascia, George Orwell e Ivan Illich, Simone Weil e Alex Langer... Un «catalogo» di irregolari, di partigiani della non violenza, di fuggitivi dalle secche della razionalità verso un futuro forse più incerto oggi che ieri. Il futuro «sinonimo di nulla» secondo il poeta Giacomo Noventa, per il quale, leggiamo qui, «l’intelligenza e la cultura non bastano. Un grande critico deve avere un grande cuore».

È il caso del lucano Chiaromonte, socialista libertario, «intellettuale inappartenente», che, dopo aver difeso la Repubblica nella guerra civile spagnola, scrisse di teatro per «Il Mondo» di Pannunzio, fondò con Silone la rivista «Tempo presente», ispirò il periodico radicale americano «politics» e, post mortem, le scelte ideali del sindacato polacco Solidarnosc. La Porta guarda al «maestro involontario» originario di Rapolla come al Bogart del leggendario film Casablanca: «Come lui apparentemente disincantato ma in realtà idealista, e di una generosità pudica... Quello di Chiaromonte è un nichilismo positivo, immalinconito da una sensibilità meridiana verso tutto ciò che è caduco».

Fascinose contraddizioni proprie di quanti aderiscono in pieno al «qui e ora», adottando l’esperienza al posto dell’ideologia. Sono solitari con lo sguardo rivolto all’altro nella lotta, nella solidarietà, nel soccorso, senza l’albagia teorica da intellettuale «tutto d’un pezzo» (che cade a pezzi). Una sovversione del paradigma novecentesco e un riscatto dei «sovversivi» che, ripetiamo, rendono Disorganici attraente e utile innanzitutto per i giovani.

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Il libro di La Porta (a destra nella foto con Iarussi scattata da Beatrice Greco) è stato presentato ieri a Bari nella Libreria Laterza a cura dell'associazione culturale "Donne in corriera".  Questa recensione è apparsa sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" del 21 marzo 2019

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