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Michele Pacciano

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L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

Normalità ribelle

Le parole diventano banali, solo quando le privi di senso.

Vi siete mai chiesti cosa significhi veramente handicap, al di là delle espressioni mielose del politicamente corretto?

Nel paese dove vivo, abbarbicato sulle colline tra Taranto e Matera, handicap significa non trovare un bar dove gustare comodamente un caffè, se non a patto di rimanere accampato per strada, aspettando che l'amico di turno ti porti fuori la tazzina e intanto sperando che l'intruglio non sia diventato freddo e insapore, o che il vento non ti faccia tremare la mano, versandotelo  immantinentemente addosso.

Handicap significa uscire in piazza con la paura, in caso di emergenza, di non poter trovare un bagno fruibile nel raggio di 500 metri e di doverti affidare sempre e comunque alla buona sorte, pregando di arrivare a casa in tempo, magari piantando gli amici in asso e cercando di non essere troppo scortese, con chi ti passa accanto e vorrebbe farti un saluto, ma tu sei troppo affaccendato anche per rispondergli.

Handicap significa non poter usare autonomamente un bancomat, abbassare sempre più il livello di privacy e doversi comunque confrontare con una defatigante quotidianità in cui devi abituarti a chiedere aiuto, nonostante in certi casi equivalga ad una pugnalata al petto di quel che rimane del tuo orgoglio.

Nonostante le rinunce ingoiate a freddo, handicap significa continuare a lottare, non lasciarsi mai sopraffare dalla rabbia e dal rancore in cui alcune situazioni, potrebbero giustamente farti cadere.

Non serve richiudersi ognuno nel proprio guscio di noce, inseguendo un sordo ribellismo, o peggio facendosi scudo, dell’imbelle tracotanza delle vittime, in fondo sarebbe come ammettere, la nostra inerte sconfitta.

Bisogna invece conquistarsi,  ogni giorno un pezzo di normalità, che è diversa per ognuno.

Lo so, chi non vive il problema, stenta a comprenderlo. Non per distrazione o noncuranza, semplicemente perché non lo riguarda non gli è vicino e non lo vede. È lontano dalla sua prossimità. Non so quanto serva fargliene una colpa, se noi stessi non riusciamo, arroccati come siamo nelle nostre irose certezze, ad aprirci un varco in quelle che riteniamo, forse a torto, le loro, barriere mentali.

Ci ha mai sfiorato il sospetto, di avere forse anche noi qualche pregiudizio?

Che ogni diritto non vada mai preteso, ma invece faticosamente conquistato?

Non ho mai visto nulla di più ribelle della normalità. Del trovare in un giorno uno stimolo nuovo è diverso. 

Siamo noi a dover fare il salto.

Dobbiamo imparare ad aiutare gli altri ad aiutarci, magari facendo un passo indietro, per guardare avanti,   verso di loro; per capire che gli altri non siamo noi, per interagire, scontrarci e ritrovarci, con chi ci sta accanto. Imparando a chiamarci per nome, perché non siamo una categoria astratta, ma siamo, Persone.

Se da una carrozzina, inseguiamo la normalità di uno che cammina, sarà sempre la brutta copia sbiadita di ciò che volevamo. Quella che invece ci conquistiamo, bracciata dopo bracciata, ruota dopo ruota, con la carrozzina come alleata, sarà veramente nostra E ci farà battere il cuore di una nuova vita.

Eccola, la nostra normalità ribelle, che ha il profumo, della libertà. 

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