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In Puglia e Basilicata

Roma, sud

In piazzale Consalvo quel blu dipinto di blu

In piazzale Consalvo quel blu dipinto di blu

Secondo la leggenda che circonda la canzone italiana più famosa di tutti i tempi il ritornello di Nel blu dipinto di blu nacque così, fissando questo lembo di cielo, immaginando di volare

18 Maggio 2022

Liborio Conca

Roma, Sud

Liborio Conca

La Puglia è uno stato d'animo. La si ritrova ovunque anche nella Capitale: ed ecco che tra ulivi sempiterni e luoghi del cuore si possono scovare angoli pugliesi anche a Roma.

Di tutte le porzioni di cielo disponibili a Roma, quella a cui si può accedere dall’ottavo piano di un condominio a piazzale Cardinal Consalvo deve avere qualcosa di magico. O perlomeno così è stato in un giorno, o in una sera, sul finire degli anni Cinquanta. Una cosa semplice: un uomo sulla trentina in compagnia di una donna ad osservare il cielo lì sopra di loro; non fosse che lui è Domenico Modugno, già attore, cantante, paroliere, e lei Franca Gandolfi, attrice, sua moglie.
Secondo la leggenda che circonda la canzone italiana più famosa di tutti i tempi il ritornello di Nel blu dipinto di blu nacque così, fissando questo lembo di cielo, immaginando di volare.

Naturalmente, come per tutte le leggende, anche quella della genesi di Nel blu dipinto di blu ha le sue versioni differenti, o apocrife, tante da poterne fare un catalogo degno di una storia borgesiana. Franca Gandolfi, più di recente, ha ricordato che il marito era al pianoforte, sempre nella casa di piazzale Consalvo, quando una raffica di vento aprì le finestre, facendo volare fogli di carta. Secondo l’altro padre della canzone, Franco Migliacci, l’ispirazione arrivò invece dopo aver osservato il quadro di Marc Chagall Le coq rouge dans la nuit.

Lo stesso Migliacci, peraltro, sostiene che l’intero testo derivò da un sogno; o meglio, da un incubo, da una giornata nerissima. Ancora in un’altra versione, Modugno disse che passeggiava nei dintorni di Ponte Milvio con Migliacci quando uno dei due si ritrovò a pronunciare il verso «Di blu m’ero dipinto», e poi fu tutta una discesa.
Nel 1957, prima che fissasse quel cielo, Modugno era ancora soltanto Mimmo; a Roma aveva vinto una borsa di studio al Centro sperimentale di cinematografia, vissuto presso un convento di monaci al Celio, conosciuto Franca e scritto canzoni, tra le altre Vecchio frac, testo che rappresenta uno dei primi esempi di cantautorato italiano. La città notturna col suo fiume che scorre lento, le insegne dei caffè e dei locali che vanno spegnendosi; in questo scenario di quiete si aggira un uomo solo in frac, un dandy con bastone, cilindro, una gardenia sulla giacca. Alla fine, non resterà altro che l’abito dismesso a galleggiare sull’acqua, l’addio dell’uomo al mondo e ai ricordi.

Modugno raccontò più volte di aver scritto Vecchio frac pensando alla storia del principe Raimondo Lanza di Trabia, morto nel 1954 precipitando da una finestra dell’Hotel Eden, nel pieno centro di Roma. Una morte che è considerata un suicidio, proprio come è suicida l’uomo in frac, e che nei pensieri di Modugno rappresentò la fine di un’epoca, di un mondo al tramonto mentre il paese si riprendeva velocemente dalla guerra.

Di lì a poco Nel blu dipinto di blu arrivò perfetta per irradiare anche nella musica popolare il nuovo stile di vita italiano, mentre Mimmo sarebbe diventato in tutto il mondo Mr Volare, dopo aver trionfato al Festival di Sanremo in coppia con Johnny Dorelli.
A lungo di Modugno si disse che fosse siciliano, sebbene fosse nato a Polignano dove visse in infanzia, prima di trasferirsi a San Pietro in Vernotico e studiare a Manfredonia. «Una notte, quando avevo tre anni, a Polignano a mare, fui svegliato da un suono bellissimo, che solo in seguito decifrai come il canto di un carrettiere; fu la mia prima esperienza musicale, quella per me fu la musica per molto tempo», ricordò. E quando ormai anche la sua epoca d’oro era passata si concesse un ritorno magnifico nella sua città d’origine, stracolma, attraversandola a bordo della Lancia del film Il sorpasso. Furono organizzati tre giorni di festa e un grande concerto finale. Scherzando, disse «Chiedo scusa, ma per la fame avrei anche detto di essere giapponese!», prima di intonare un’ultima volta i suoi capolavori, cantando le lacrime, il frac, la città, il fiume, il sogno del volo.

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