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Roma, sud

Via Urbana, civico 2: qui visse Don Pietro Pappagallo

Via Urbana, civico 2: qui visse Don Pietro Pappagallo

A ricordarlo ci pensano sia la lapide sia il sampietrino, una delle pietre d’inciampo poste in città in memoria dei deportati nei campi di sterminio nazisti

04 Maggio 2022

Liborio Conca

Roma, Sud

Liborio Conca

La Puglia è uno stato d'animo. La si ritrova ovunque anche nella Capitale: ed ecco che tra ulivi sempiterni e luoghi del cuore si possono scovare angoli pugliesi anche a Roma.

Una lapide è posta su una palazzina dalla facciata rossiccia al civico due di via Urbana, una strada che sale e scende attraversando il rione Monti, storico quartiere posto tra i Fori imperiali, via Nazionale e via Cavour. Spesso, la lapide è accompagnata da una corona di fiori. Avvicinandosi meglio al piccolo portone, sul selciato del marciapiede antistante si può scorgere un sampietrino dorato.

Questa è l’abitazione dove ha vissuto don Pietro Pappagallo, e a ricordarlo ci pensano sia la lapide sia il sampietrino, una delle pietre d’inciampo poste in città in memoria dei deportati nei campi di sterminio nazisti. Nato a Terlizzi, morto alle Fosse ardeatine, don Pietro fu l’unico sacerdote tra i 335 prigionieri assassinati dalle SS. Un testimone raccontò che riuscì a sciogliere i lacci che gli stringevano le mani per imprimere un’estrema benedizione sui prigionieri, prima di essere fucilato.
Don Pietro era arrivato a Roma a metà degli anni Venti, quando il fascismo esercitava ormai un potere totalizzante sull’Italia, riducendo gli oppositori all’esilio, al carcere o alla morte. Era stato ordinato nel 1915, durante la Grande guerra, e per una decina d’anni aveva svolto la funzione di sacerdote nella diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, dove viveva la sua famiglia d’origine, il padre cordaio e la madre casalinga. Quinto di otto fratelli, aveva frequentato il ginnasio a Giovinazzo e il liceo al seminario di Molfetta; qui, dopo l’ordinazione, collaborò con il convitto Fornari, mentre otteneva diversi incarichi parrocchiali nella diocesi.

Dalla propria abitazione romana, il sacerdote pugliese poteva raggiungere facilmente a piedi la basilica di San Giovanni in Laterano, di cui divenne viceparroco, e la Casa generalizia delle Suore oblate del Bambino Gesù, di cui era invece padre spirituale. Con lo scoppio della guerra don Pietro fece la sua scelta, decidendo di stare con i ricercati dai fascisti e dagli occupanti tedeschi, con i soldati italiani allo sbando dopo il 25 luglio del 1943, dalla parte dei partigiani e ancora degli ebrei romani in fuga dal ghetto in seguito al rastrellamento del 16 ottobre, sempre nel 1943.
La casa di via Urbana diventò così un piccolo ma fondamentale punto di riferimento per chi necessitava di sostegno. In contatto con la rete della resistenza e potendo contare sull’aiuto delle suore di Nostra Signora di Namur, che avevano la loro abitazione poco più avanti nella stessa via Urbana, don Pietro riuscì a offrire aiuti economici, vestiti, nascondigli, documenti. Passeggiando qui di notte, nelle serate prive della movida che anima solitamente il rione, il silenzio permette di immaginare il viavai clandestino di persone in cerca di protezione, e la figura di don Pietro pronta ad aiutare. Uno sforzo che andò avanti fino al gennaio del 1944, quando la delazione di una spia, Gino Crescentini, condusse il sacerdote al carcere di via Tasso.
Qui, dove adesso sorge il museo della Liberazione, le SS avevano posto una caserma sotto il controllo di Herbert Kappler, un luogo di terrore che vide oltre duemila antifascista imprigionati. Diversi dei quali, tra cui proprio don Pappagallo, finirono al plotone.

«Accolse con amore i perseguitati di ogni fede e condizione», si legge nella lapide di via Urbana. Oltre che sul marmo, nelle cerimonie annuali, e nella scuola elementare a lui intitolata a Terlizzi, la memoria di un uomo così coraggioso vive nel film simbolo della resistenza romana, Roma città aperta. Mi capita, a volte, di passare per via Raimondo Montecuccoli, la strada del Pigneto dove è ambientata la sequenza della morte di Pina, interpretata da Anna Magnani, il corpo senza vita della donna sollevato da don Pietro a raffigurare un’immortale pietà cinematografica. Fu il sacerdote di Terlizzi, assieme a don Giuseppe Morosini, a ispirare la figura di don Pietro, impersonato da Aldo Fabrizi.

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