Sabato 18 Aprile 2026 | 20:38

Oltre la paura: come liberarsi dalla violenza psicologica

 
Emanuela Megli

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Emanuela Megli

Violenza contro le donne: gettiamo i semi nelle scuole di un nuovo patto tra i sessi

Nella presa di coscienza della situazione, nei barlumi di lucidità, la vittima può giungere alla decisione di interrompere la relazione tossica

Sabato 18 Aprile 2026, 17:49

“Ciao cara cugina”, il messaggio di un parente di Patrizia Lamanuzzi, vittima di femminicidio il 15 aprile scorso a Bisceglie, in cui sembra che il marito l’abbia spinta giù dal balcone prima di buttarsi anch’egli. Stavano per separarsi. La violenza di genere, in questo caso dell’uomo contro la donna, si esprime con parole, gesti e azioni, passando da violenza psicologica a fisica, fino, nei casi più estremi, alla morte della vittima. Ma inizia sempre con la violenza psicologica.

“Stai zitta, non è così, non dire sciocchezze, io farò così, ti ho avvisato/a, se vuoi vieni, altrimenti vado da solo/a, non capisci niente, mi hai stancato, meglio se ti togli davanti ai miei occhi, sei assurda/o, non l’ho mai detto, non l’ho mai fatto, hai capito male, sei cattiva/o, mi maltratti, non ti va mai bene niente, devi sempre rovinare tutto, è tutta colpa tua, la pagherai, non sei buona a nulla, devo sempre fare tutto io, se non ci sono io…, combini solo guai, sei un incapace, sei fuori di testa, sei malata, sei pazza, fai la vittima, devi ringraziarmi e invece…, non meriti di vivere.”

Sono alcune frasi ripetute in serie, per simulare un escalation di aggressività e violenza, che attraversa fasi acute di coloro che, pur agendo violenza, la imputano alla vittima attraverso vari meccanismi, tra cui l’identificazione proiettiva. Un meccanismo psicologico in cui una persona attribuisce all’altro propri stati o emozioni e, attraverso il comportamento, lo induce a viverli come se fossero suoi. Di solito lo fa per gestire emozioni difficili che non riesce a riconoscere o tollerare in sé: “spostandole” sull’altro, se ne alleggerisce e mantiene un senso di controllo. Gli serve anche a evitare il conflitto interno, difendere la propria immagine o influenzare la relazione, facendo sì che l’altro provi (e magari agisca) proprio ciò che viene proiettato.

Cosa può fare la persona attaccata, nelle more della propria liberazione dall’unione perversa e dalle accuse del proprio aggressore, che tuttavia tendono a riproporsi, anche se sotto altre forme più subdole, anche dopo la separazione e il divorzio, allargandosi ad altri familiari e affetti della vittima?

Chi vive questi attacchi interni alla relazione affettiva fatica a rimanere in una situazione di lucidità, poiché le svalutazioni costanti si insinuano nei pensieri e agiscono facendo perdere stima e fiducia in sé stessi. Sebbene si renda conto del male subìto, rimane come stordito e abbattuto, in una condizione mista tra paura, ansia, stordimento e confusione, effetti delle perturbazioni continue e intervallate da momenti di pausa e calma. Il sistema nervoso secerne cortisolo, l’ormone dello stress, e attiva le stesse reazioni organiche di quando ci si sente attaccati da un animale feroce. In pratica, l’organismo è in uno stato costante di attivazione contro un pericolo percepito come imminente ed è predisposto alla necessità di difendersi. Tuttavia, lo stesso soggetto vittima della violenza non vede in modo chiaro l’aggressore, poiché non riesce ad associarlo alla figura d’amore apicale ed esclusiva che pensa di avere accanto e che, a modo proprio, afferma di prendersi cura della vittima e di proteggerla. Peraltro, la vittima si convince di non essere più amabile e che il suo carnefice sia l’unico/a in grado di comprenderla e di capirla, come egli sottolinea, rinfacciandole la sua vicinanza nonostante la sua invalidità presunta. E si convince di essere meritevole solo di quella relazione, poiché ormai ha smarrito totalmente la capacità di valutare soggettivamente la realtà, turbata e confusa dalle ripetute svalutazioni e accuse del partner. La vittima, inoltre, dubitando di sé stessa, prova senso di inadeguatezza, vergogna e colpa, e questo la porta a isolarsi, a non condividere con nessuno il male ricevuto e le pene provate, e a somatizzare il dolore sotto forma di depressione. Un lento declino che può anche portare alla morte psichica (demotivazione e assenza di desiderio verso la vita) e fisica (disturbi dell’alimentazione, autolesionismo e suicidio).

Nella presa di coscienza della situazione, nei barlumi di lucidità, la vittima può giungere alla decisione di interrompere la relazione tossica. Sarà importante ripartire da un’autocentratura, costruendo o ricostruendo una routine personale che va difesa fino in fondo, dal mattino alla sera, costruendo una rete di sostegno e di alleanze, avviando un lavoro personale di rinascita e di cura di sé e della propria bambina interiore ferita.

Imparando a comprendere di cosa ha bisogno per essere felice, vivendo un’individualità fatta anche di uscite in autonomia, di momenti di riflessione, di lettura, di hobby, riprendendo vecchie e nuove progettualità personali, dove arte, cultura, piacere, meditazione e spiritualità diventano esperienze simboliche di elaborazione e riparazione. Apprendere come ridurre al minimo gli scambi verbali con il carnefice, rinunciando a lasciarsi trascinare in liti sterili e improduttive che favoriscono l’escalation di violenza dell’aggressore. Rafforzare la soggettività, l’indipendenza e i confini, che devono essere comunicati più con il comportamento e le azioni che con le parole. Limitarsi ad agire senza dare troppe spiegazioni, anticipando situazioni potenzialmente a rischio ed evitando di cadere nelle trappole che scatenano la violenza del partner. Questa dinamica di interpretazione degli stati d’animo del partner è spesso già agita dalla vittima, che si convince di poterlo controllare o cambiare. In questo caso non si tratta di gestire illudendosi del cambiamento del carnefice, ma solo dell’evitamento di ciò che scatena la sua ira, costituendo la dinamica violenta già nota, perseguendo comunque i propri obiettivi di vita. L’accompagnamento del percorso di rinascita ed empowerment può essere affidato a uno specialista medico e/o psicoterapeuta, ma anche, in abbinamento, a un coach accreditato, per acquisire consapevolezza e realizzare un piano di azione per riprendere in mano la propria vita, a seconda dei livelli di disagio in cui la donna vittima di violenza si trova e della sua sintomatologia, verificata e possibilmente diagnosticata.

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Emanuela Megli

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Biografia:

Un blog per saperne di più sul “SAPER VIVERE” di ogni giorno e sul decidere come comportarci, facendo chiarezza sulle parole e sui fatti, potendo avere un punto di vista utile per avere sempre più un’opinione personale su lavoro, scuola e famiglia. Ecco una serie di strumenti per poter comprendere gli eventi della vita e saperli gestire al meglio. Tutto questo è Agil@mente. A cura di Emanuela Megli, donna e due volte mamma, imprenditrice, Formatrice Coach di Soft Skills e scrittrice.

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