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Oltre il Dantedì e verso un altro centenario

Né falsari, né polemiche nelle cinquecentine dantesche custodite in Puglia

Il topo di biblioteca

Angelo Sconosciuto

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«Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro l'inverno dello spirito...», ha scritto Marguerite Yourcenar.

Né falsari, né polemiche nelle cinquecentine dantesche custodite in Puglia

Né edizioni di falsari, né pubblicazioni di testi danteschi in polemica con chi aveva stampato opere del Sommo Poeta. In Puglia non c’è una sola biblioteca pubblica che abbia segnalato il possesso di un’edizione dantesca vicina, per data, a «Le terze rime», pubblicate da Aldo Manuzio a Venezia, nell’agosto del 1502, seguendo il testo della “Commedia” approntata da Pietro Bembo e destinato a diventare la “vulgata” della prima opera in lingua italiana, la “Commedia” appunto, alla quale Giovanni Boccaccio – reminiscenza di liceo – antepose l’attributo di “divina”, nel suo Trattatello in laude di Dante.

«Le terze rime», in effetti, furono così «accuratissime» pubblicate, che subito dopo conobbero una contraffazione, stampata a Lione da Baldassarre da (o di) Gabiano, un «libraio-editore e mercante», che ha meritato una voce – peraltro magistralmente curata da Mario Infelise – nel «Dizionario Biografico degli Italiani».

Sembra che il business fosse nel sangue della sua famiglia, perché – dicono i biografi – lui era a Lione «di concerto con lo zio», mentre un altro stretto congiunto era a Venezia. Con gli Aliprandi – proseguono – fu socio della «Compagnia di Yvry, la prima – ha scritto Infelise – di una fortunata serie di società commerciali in campo librario», il settore in cui fu principalmente attiva la famiglia Gabiano. Insomma, sembra che pubblicarono «anonime» le opere già stampate da altri.

«La notorietà del Gabiano – ha sostenuto ancora Infelise – è strettamente legata al successo delle edizioni di Aldo Manuzio (è questo il caso che ci occupa in questa nota, n.d.r.) nel nuovo carattere corsivo disegnato da Francesco Griffo, con il quale Aldo dal 1501 iniziò a pubblicare la sua collezione di classici in octavo». Sembra di assistere, attualizzando il fenomeno, alle recenti contraffazioni del Made in Italy operate in nazioni lontane da noi. «Nihil sub sole novum», dice già la Bibbia (Qohelet 1,9) ed a proposito del caso che ci occupa Infelise ha raccontato: «Immediati erano stati i tentativi di contraffazione. Vi provarono i Giunti, ma soprattutto i maggiori danni Manuzio li subì a causa dell’impegno del Gabiano a Lione che, con ogni probabilità, agiva di concerto con i parenti veneziani. Con estrema tempestività – ha raccontato – le edizioni alfine contraffatte erano riprodotte nello stesso formato e in un carattere che imitava grossolanamente quello di Griffo».

Oggi la chiamano pirateria editoriale ed è ancora più celere e sofisticata, mentre Infelise ha raccontato: «I libri erano ricomposti pagina per pagina, ma erano privi di marchio e sottoscrizione. Solo su alcuni realizzati nel 1510 comparve un giglio in rosso, erroneamente in passato attribuito ai Giunti, ma più probabilmente da riferire al libraio italiano Bartolomeo Trotti o Trot stabilitosi a Lione come agente di Bonino Bonini, più tardi in società col Gabiano».

Se poniamo mente alle date, ci si accorge di una circostanza singolare: Manuzio pubblica nel 1502 «Le Terze Rime», Gabiano le stampa anonime subito dopo e poi, raccontano i biografi: «Il 16 marzo 1503 pubblicò un suo Monitum in Lugdunenses typographos nel quale denunciava di essere venuto a conoscenza che a Lione "characteribus simillimis nostris" erano state ristampate le edizioni in ottavo di Virgilio, Orazio, Giovenale e Persio, Marziale, Lucano, Properzio, denunciandone le imperfezioni ed elencando con estrema precisione gli errori. Ai classici latini andavano poi aggiunte le Cose vulgari di Petrarca e le Terze rime di Dante». Sembra, Gabiano, essere rimasto vittima di azioni simili a quelle da lui compiute. E riflettendo su temi danteschi, come non ricordare Bertran de Born del Canto XXVIII dell’Inferno (vv. 112-142) e l’esplicita spiegazione del contrappasso, «rapporto per cui la pena alla quale sono sottoposti i peccatori nell’oltretomba riproduce – in estensione o in contrasto – i caratteri essenziali della colpa, o alcuni di essi»? Perch’io parti’ così giunte persone, Partito porto il mio cerebro, lasso!, Dal suo principio ch’è in questo troncone. Così s’osserva in me lo contrapasso  (Inf., XXVIII, 139-142), leggiamo, ma poi pensiamo anche ad un piccolo particolare che fa la differenza tra un maldestro imitatore ed un concorrente sleale di rango. Il Gabiano, da parte sua, fece tesoro delle indicazioni di Aldo e con la stessa sollecitudine con cui aveva confezionato le prime edizioni diffuse ulteriori ristampe emendate, ponendosi a metà, dunque, tra le edizioni di Aldo, stampate «accuratissime», le sue e quelle raffazzonate dei suoi imitatori.

Insomma, a scorrere i cataloghi, esemplari di questa edizione contraffatta de «Le terze rime» del Manuzio sono in diverse biblioteche italiane, tutte al Settentrione, eccezion fatta per la cinquecentina conservata nella Biblioteca centrale della Regione siciliana “Alberto Bombace” di Palermo, copia che sul verso della copertina anteriore reca lo stemma col motto «Constantia et labore», oltre alla precedente segnatura della collocazione. Il «Constantia et labore» ricorda uno stampatore straniero Christophe Plantin, ma aprire un nuovo fronte di indagine sarà magari argomento di altra ricerca, anche perché i suoi dati biografici (1520-1589) lo lascerebbero fuori dall’esperienza editoriale della quale parliamo.

Intanto, come ad agosto del 1502 Aldo Manuzio pubblicò l’opera dantesca secondo le indicazioni di Pietro Bembo, così «a dì XX agosto», allorquando erano 1506 «gli anni della salutifera incarnatione», vide la luce la «Commedia di Dante insieme con uno dialogo circa el sito forme e misure dello Inferno», stampata a Firenze «per opera & spesa di Philippo di Giunta fiorentino».

Nella copia digitalizzata e messa in rete dalla Biblioteca nazionale di Firenze ed appartenuta al Nencini – uno dei fondi librari costituivi dell’Istituzione – colpisce l’incisione a tutta pagine, prima del «Cantico di Hieronymo Beniuieni», che raffigura Dante nella selva e le tre fiere (vedi foto), mentre a leggere la descrizione dell’opera nel «Catalogo delle edizioni», pubblicato nel 1822, troviamo altro. «In principio vi è un capitolo in terza rima di Jeronimo Benivieni in lode di Dante; segue una tavola incisa in legno che rappresenta Dante nella selva, cui si fanno incontro le tre fiere, e poi viene il testo. Infine – si aggiunge – vi è un dialogo circa il sito, forma e misura dell’Inferno, con la prefazione di Jeron. Benivieni al suo fratello Benedetto; dalla quale rilevasi che la dottrina del dialogo è del Manetti, e la dicitura è del Benivieni. Tutto il volume – si conclude è composto di fogli 312».

Si tratta della «risposta fiorentina» all’edizione veneziana del Manuzio. Quando, infatti – or sono 50 anni – Giancarlo Mazzacurati curò la voce dedicata a Benivieni per l’«Enciclopedia Dantesca» (1970), notò subito come quest’uomo di grande cultura fosse destinato a «fungere da tramite tra due distinti e solo apparentemente indipendenti stagioni della cultura accademica fiorentina» e come in lui «l’interesse per Dante si fa particolarmente vivo negli anni che seguiranno la tragica conclusione dell’avventura savonaroliana, alla quale egli aveva partecipato fin dall’inizio con un sincero desiderio di rigenerazione morale, di pacificazione politica,…». «Anche per questo – proseguì Mazzacurati - la Commedia divenne presto per lui (e per molti suoi contemporanei) un testo per più versi esemplare: lo rivendicherà alla sua città, alla sua cultura e alla sua storia angosciosa, premettendo all'edizione giuntina del 1506 (della quale non deve sfuggire il carattere antagonistico nei confronti di quella aldina del 1502) un capitolo in terza rima intitolato Cantico di Jeronimo B. fiorentino in laude dell'eccellentissimo poeta Dante Alighieri, che rientrerà nelle successive edizioni delle sue opere, da quella giuntina del 1519 a quella veneziana del De Gregori (1524) ». E osservò ancora: «Nel colloquio con l'antico poeta che conclude la sua visione, il Benivieni ricorda che quella stessa patria che gli fu ostile ora ha fatto della sua opera un simbolo».

Insomma, bisognava che i fiorentini si riappropriassero a pieno titolo di dante e ne facessero il decoro della patria.

Quella che fu una operazione politica ed editoriale insieme, non vide solo protagonista Benivieni, ma anche l’«appassionato dantologo» a cui «spetta il merito di aver fondato gli studi di cosmografia dantesca», quell’Antonio Manetti che troviamo citato nel frontespizio dell’edizione fiorentina della Commedia, che reca in sé «l'avvio di una nuova e secolare quaestio dantesca, i cui elementi erano stati però sparsamente anticipati dai commentatori antichi e in particolare dal Landino, che del resto riconosce proprio al Manetti la paternità dei fondamentali elementi della sua indagine cosmografica».

Insomma, il 20 agosto 1506 a Firenze – a quattro anni dalla «Aldina» stampata a Venezia -, grazie a Filippo Giunti vide la luce l’edizione nota come «giuntina». «Il testo della Commedia come del resto la stesura del Dialogo, la cui dottrina è del Manetti, fu curato da G. Benivieni che secondo il Barbi avrebbe modificato l'Aldina del Bembo (1502) col confronto di vari codici». E – curiosando nelle biblioteche pugliesi - siamo ad appena sei anni di cammino, assieme al Sommo Poeta, nel XVI secolo.

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