Cerca

Martedì 24 Ottobre 2017 | 04:08

inefficienze

«Ad agosto per uscire
dal porto di Bari
sono stato in fila 4 ore e mezza»

Dall'Albania accuse di incredibili ritardi. La questione sarà posta al ministro Minniti

ingresso porto di Bari

TIRANA - L’ultimo ceffone polemico arriva alle sei del pomeriggio dalla stanza del viceministro all’Interno, Rovena Voda, 41 anni, avvocato, ex lettrice all’Università e già nello staff del presidente del Consiglio, il socialista Edi Rama, prima di essere destinata a un incarico di governo dove il 50% dei ministri è donna e lo stipendio (sulla carta) è di 1.200 euro al mese (mille per i parlamentari): «A dicembre concluderemo la fase preparatoria per avviare i negoziati d’ingresso nella Ue. Stiamo facendo le riforme richieste: giustizia- magistratura, misure anticrimine con lotta alla cannabis, diritti umani, amministrazione pubblica, anticorruzione. Non siamo più terra di produzione di cannabis, abbiamo alzato tutti i livelli di controllo anche contro il terrorismo. E questo ha aumentato i flussi con l’Italia. Ma siamo preoccupati per quel che accade al porto di Bari specie quando ci sono i picchi di entrata e uscita di 8-10 mila persone. Certo, non dico che da noi funzioni tutto, ma qualcosa non funziona nemmeno lì da voi».

Che il porto barese sia pietra d’inciampo lo si è capito già quando il disappunto è stato esternato al capo del Viminale, Marco Minniti, durante la visita di Rama il 17 maggio scorso a Roma.

Ci pensa Atur Beu, poliziotto quarantenne in carriera e ufficiale di collegamento con le forze dell’ordine italiane, a rendere più esplicito il malcontento: «Nei mesi estivi e anche a Natale, il porto di Bari non riesce a smaltire con efficacia l’afflusso dall’Albania. Problemi di smistamento dei transiti e verifica dei documenti che creano ore di attesa ed enormi disagi a passeggeri e autrasportatori lasciati a se stessi col rischio di subire di tutto». Fa sponda Edon Quesari, consigliere per gli Affari internazionali. Passaporto italiano, come ormai tanti albanesi, Quesari ad agosto ci ha messo 4 ore e 30 minuti prima di uscire dal porto di Bari e riprendere il viaggio verso le vacanze in Salento. E ora, seduto al tavolo con Voda e Beu, stiletta: «Produciamo turismo, non solo immigrazione. Dal 2003-2004 abbiamo chiuso la questione clandestini e non abbiamo fatto pesare politicamente questa carta». Un attimo dopo, Beu dà un colpo alla botte, dopo aver infierito sul cerchio: «Fuori dal porto di Bari la sicurezza è alta. Non ci sono più furti, rapine e aggressioni come una volta».

Ma il disappunto resta. Ed è un grumo anche nello stomaco di Taulant Balla, capogruppo del Ps, il partito socialista di Rama che il 25 giugno ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento: «Sono passati oltre 25 anni dal momento in cui migliaia di albanesi arrivarono per la prima volta a Bari come rifugiati, da allora è cominciato un rapporto via mare tra le due sponde che però non ha prodotto cambiamenti nel porto di Bari, mentre il nostro porto di Durazzo è la porta dell’Europa di Sud Est con un transito annuale di milioni di persone».

Nessuna rassegnazione. Minniti restituirà la visita forse già a ottobre e in quella occasione, assicura la viceministro Voda, sarà affrontato di nuovo il tema.

Se per ora ha solo reso ruvido il dialogo a distanza tra le tue sponde adriatiche, il porto «terzomondista» rischia di diventare un caso diplomatico. Ne fanno cenno perfino Mirela Kumbaro, ministro della Cultura, e Erion Veliaj. Le ragioni di un aumento dell’interscambio Italia-Albania, che ha raggiunto un volume pari a 2,2 miliardi di euro all’anno, non sono solo di natura commerciale.

L’Albania vive una primavera culturale che fonda sul recupero della memoria collettiva e sull’oggettivazione del passato la prospettiva di saldare il debito di conoscenza delle nuove generazioni e azionare le leve del turismo. Se la «piramide rifugio» del dittatore Enver Hoxha (1908-1985) diverrà museo, i tre siti Unesco (Butrinto, Berat e Argirocastro) sempre più centrali nella rete d’itinerari della via Egnatia (l’Albania sarà al Salone del turismo TTG a Rimini dal 12 al 14 ottobre e dal 26 al 29 alla fiera del turismo archeologico a Salerno) e se gran parte dei bunker del regime sono bunkerart e la Sede centrale dei servizi segreti «Sigurimi» trasformata dall’architetto Elisabetta Terragni in «Casa delle Foglie» (splendido periplo di memoria repressa), Tirana si proietta nel futuro con una forte dose di italiani in aumento. Pensionati in testa.

Veliaj, omone asciutto e cordiale di 37 anni, studi incompiuti in America, basket e calcio praticato a un buon livello, cravatta bandita e snakers consumate ai piedi, ex ministro del Lavoro del primo governo Rama e un passato da movimentista d’opposizione (Gruppo 99 e Basta!) ci mette un attimo a tradurre l’orizzonte iperdinamico: «Il populismo si abbatte facendo una cosa al giorno. Sono il il sindaco del piano B degli albanesi. Il piano A è emigrare in Italia, il piano B e tornare in Albania. A Tirana registriamo 32mila iscrizioni anagrafiche. Copiamo e incolliamo le migliori legislazioni al mondo in tema di riduzione dei costi della burocrazia. In tre ore si può aprire un’attività con partita Iva e il massimo delle tasse è al 15%. Pensiamo a una city break, una città per il turismo breve e che si espanda in verticale ma con un bosco orbitale come cinta dove per 13 anni pianteremo 2 mila piante all’anno. Cinema, musica e arti ma anche qualità della vita perché se l’età media è di 29 anni, aumentano i pensionati stanziali dall’Italia, dalla Polonia e dall’Australia. Normale che i collegamenti con il porto di Bari non possono essere rovinati dalla burocrazia».

Già, non possono. Ed è per questo che all’uscita dal traghetto Righel I della Ventouris Ferries partito da Durazzo alle 23 e ormeggiato a Molo San Vito alle 8, Adrian Haskaj, ribatte il tasto che per un giorno e mezzo ha premuto senza interruzioni: «A Durazzo si scannerizza tutto, qui si fanno controlli a campioni. La Dogana non apre prima delle 8, dicono per problemi di organizzazione del personale e di rischi di protesta sindacale.Gli autisti di tir perdono la giornata di lavoro per fare dogana, a volte superano le quattro ore di attesa, anche se non hanno merce. E ai passeggeri non va meglio. C’è una classe media albanese, ricca, che verrebbe volentieri a fare acquisti qui a Bari e farebbe turismo d’alto livello. Ma non può rimanere bloccata al porto per mezza giornata».

Ingegnere elettronico, ha preferito l’import export alimentare alla tecnologia e dal nulla ha costruito un impero del caffé (30 tonnellate ogni mese da Bari a Durazzo). Haskaj era console commerciale e ora è diplomatico in carriera e da otto mesi guida il Consolato d’Albania di Bari. È lui che ha consentito che la tela del dissenso finisse sui giornali. «Il 19 luglio la vicenda fu al centro di un vertice. Solo promesse» aggiunge. E all’uscita da Molo San Vito si congeda allungando l’indice: «Qui 6 varchi, a Durazzo 28». Chi è il Terzo Mondo dei Balcani?

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • revisore

    23 Settembre 2017 - 10:10

    Se poi a Bari ci arrivi dalla Grecia dopo aver atteso mezz'ora sul traghetto per accedere ai garage ed u'altra mezz'ora per uscire dal traghetto ecco che a 20 mt dal traghetto c'è il posto di blocco con i caselli e l'ingorgo è assicurato per un'altra mezz'ora.Poi il tempo di percorrere i 3 km per l'uscita a 20km ora ed ecco che in effetti il relax della vacanza è già bello e finito.Grazie Bari.

    Rispondi

Altri articoli dalla sezione