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Martedì 24 Ottobre 2017 | 13:32

una ricerca dell'università di bari

L'Alzheimer 10 anni prima
grazie ad algoritmo intelligente

Ma ad una diagnosi precoce non corrispondono medicinali contro la malattia, i farmaci ad oggi ancora non sono disponibili

Alzheimer

ROMA - Con l’intelligenza artificiale è possibile diagnosticare l’Alzheimer dieci anni prima rispetto a quanto avviene attualmente. Lo ha dimostrato uno studio dell’università di Bari, per ora pubblicato sul sito Arxiv, che ha elaborato una tecnica basata sull'analisi delle risonanze al cervello.
I ricercatori, guidati da Nicola Amoroso e Marianna La Rocca, hanno prima 'insegnato' all’algoritmo a discernere tra cervelli sani e malati usando le immagini di 67 risonanze, 38 delle quali da persone con Alzheimer. L’algoritmo è stato poi messo alla prova su un’altra serie di 148 risonanze, di cui 52 da soggetti sani, 48 con Alzheimer e 48 con una lieve disabilità cognitiva che però è evoluta in Alzheimer fino a nove anni dopo.
«L'intelligenza artificiale - scrivono gli autori - è riuscita a distinguere un cervello sano da uno con l’Alzheimer con un’accuratezza dell’86%, ed è anche stata in grado di dire la differenza tra cervelli sani e quelli con disabilità lieve con un’accuratezza dell’84%».

Siamo sempre più vicini a disporre di un pacchetto di esami per la diagnosi precoce della malattia di Alzheimer, la forma più diffusa di demenza senile (rappresenta il 50-60% di tutti i casi): un set di esami che comprenderanno da semplici prelievi di sangue a esami della retina e altri tessuti e esami di imaging (risonanza, pet), spiega Stefano Cappa, direttore scientifico dell’IRCSS San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia, ma ad una diagnosi precoce non corrispondono medicinali contro la malattia, i farmaci ad oggi ancora non sono disponibili.

Ecco alcuni dati elaborati in occasione della 24/ima giornata mondiale Alzheimer che si celebra il 21 settembre.

I NUMERI DELLE DEMENZE - Sono oltre un milione gli italiani che soffrono di una qualche demenza (circa 600mila soffrono di morbo di Alzheimer) e a causa dell’invecchiamento del Bel Paese si avrà un aumento dei casi del 50% nei prossimi 20 anni e un raddoppio dei casi entro il 2050. Si stima che l’aspettativa di vita di un paziente con demenza sia in media dimezzata rispetto all’aspettativa di un coetaneo sano, spiega Antonio Guaita, direttore della Fondazione Golgi Cenci presso Abbiategrasso. Inoltre, sono circa 3 milioni le persone direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza ai loro cari con demenza. I soli costi annuali diretti per ciascun paziente vengono, in diversi studi europei, stimati in cifre variabili da 9000 a 16000 euro a seconda dello stadio di malattia. Stime sui costi socio-sanitari delle demenze in Italia ipotizzano cifre complessive pari a circa 10-12 miliardi di euro annui, e di questi 6 miliardi per la sola malattia di Alzheimer.

VERSO UN TEST DI DIAGNOSI PRECOCE - E’ ormai sempre più chiaro che non basterà un solo esame per fare la diagnosi precoce di Alzheimer, spiega Cappa. Si punterà a un set di esami: del sangue (per cercare molecole presenti solo nel plasma di chi è destinato ad ammalarsi anche 10-20 anni dopo), o della retina e di altri tessuti alla ricerca di anomalie predittive, fino a un software, il cui prototipo è stato messo a punto all’Università di Bari, in grado di predirla guardando le immagini fornite dalla risonanza del cervello di un individuo. A chi ha un rischio certo di malattia (perché con malati in famiglia) saranno proposti esami quali la tomografia (PET, più costosa e non utilizzabile sulla popolazione generale) e l’esame del liquido cerebro-spinale (invasivo).

ANCORA NON CI SONO LE CURE - Si tratta di cifre significative, sottolinea Stefano Govoni dell’università di Pavia, soprattutto se si pensa che ad oggi ancora non disponiamo di terapie risolutive. «In questo momento - rileva l’esperto - gli anticorpi contro il peptide beta amiloide (primo indiziato tra i presunti colpevoli dell’Alzheimer) che sono stati oggetto di tanti studi clinici a mio modo di vedere non hanno raggiunto esiti clinici apprezzabili e i benefici per i pazienti, sin qui osservati, sono davvero molto modesti».
Per arrivare a dei farmaci veramente efficaci - spiega Cappa- è probabilmente essenziale un cambio di paradigma perché l'Alzheimer va visto come un problema di natura complessa e multifattoriale, con un ruolo importante di processi infiammatori, problemi vascolari, condizioni sociali, livello di istruzione e stili di vita, oltre che di fattori molecolari (l'accumulo di beta-amiloide nel cervello) su cui si lavora da tempo».

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Commenti all'articolo

  • battisti

    battisti

    19 Settembre 2017 - 08:08

    e poi ...

    Rispondi

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