Sabato 28 Maggio 2022 | 04:06

In Puglia e Basilicata

L'intervista

La pianista Gloria Campaner e il suo «See Sharp» a Bari

Ospite della Gazzetta ha raccontato in video il workshop «See Sharp - Concediamoci il diritto di avere paura» che la musicista ha tenuto al Conservatorio «Niccolò Piccinni» di Bari invitata dal docente e pianista Pasquale Iannone

11 Maggio 2022

Redazione online

BARI - «I vasti orizzonti generano le idee complesse, i piccoli orizzonti le idee ristrette», diceva Victor Hugo. Se guardar nitido le cose della vita sta diventando un esercizio sempre più difficile, conviene forse lasciarsi andare, aprirsi e incuriosirsi alle contaminazioni dei generi, oscillare in un tempo e uno spazio che non sono mai saturi. È quello che sta compiendo la pianista veneta Gloria Campaner, artista e intellettuale con un percorso creativo teso sempre alla ricerca e alla scoperta di nuovi obiettivi. 

Classe 1986, e alle spalle già una carriera di tutto rispetto (dai palcoscenici mondiali più prestigiosi alle numerose collaborazioni eccellenti), Gloria scorge vasti orizzonti per poi organizzarli in idee brillanti, la cui complessità è sinonimo di ricchezza e vitalità. Ne è un esempio illuminante il workshop «See Sharp - Concediamoci il diritto di avere paura» che la musicista ha tenuto al Conservatorio «Niccolò Piccinni» di Bari l'11 maggio (nell’intera mattinata, dalle 9,30 alle 14), invitata dalla stessa istituzione per mano del docente e pianista Pasquale Iannone. 

Un laboratorio per aiutare i più giovani e permettere loro di esprimere la propria creatività, indipendentemente dalla mera bravura strumentale. Non a caso «See Sharp» è un titolo che gioca con i significati: con la sua traduzione letterale dall’inglese («guardare nitido»), piuttosto che con l’assonanza con la nota do diesis («C Sharp»), o la sua tonalità. Così particolare, da contraddistinguere due mondi solo in apparenza lontani, come la Sonata «al Chiaro di luna» di Beethoven, o «Gimme Shelter» dei Rolling Stones. Ma è ciò che Campaner ama fare: mettere insieme pezzi da puzzle diversi, riempiendoli di significato. Come il progetto web «I migliori anni della nostra vita», creato insieme al compagno e scrittore Alessandro Baricco all’inizio dello scorso anno: un viaggio che fondeva la lettura di pagine immortali della letteratura universale e l’esecuzione di pietre miliari del repertorio musicale del periodo. La pianista, ospite della redazione centrale della Gazzetta del Mezzogiorno, ci ha raccontato l'esperienza che ha vissuto a Bari.

Ma Gloria è un vulcano sempre attivo: adesso è l’ideatrice - con la manager culturale Alessandra Pellegrini - di «Fiesta! Arte, Silenzi, Emozioni, Natura», un festival che si terrà dal 10 al 12 giugno negli stupendi scenari di Villa Carlotta (sul Lago di Como). Tra alta formazione musicale, workshop di scrittura creativa, laboratori teatrali, discipline corporee, performance artistiche e lectio magistralis. Mentre in Puglia tornerà poi l’8 giugno, al MAP Festival di Taranto, in duo con il violoncellista tedesco di fama internazionale Johannes Moser. E ancora a Foggia e a Barletta il 24 luglio.

«La trasversalità - spiega Gloria - è un modo per comunicare su diversi livelli. Come pianista, nel mio percorso, ho sempre creduto nella contaminazione tra generi e arti, e “Fiesta!” realizza questa visione. Credo che faccia parte di un generale approccio alla vita, quello di considerare l’unitarietà del tutto, di vedere l’arte riflessa nella natura e contemplare la sua molteplicità come parte di un’unica forma, la bellezza, la vita».

Prima però la attendiamo a Bari, che lei conosce bene.
«È una città con la quale ho dei legami fortissimi, oltre che tanti amici. Ho cominciato a suonarci tanto con l’Accademia dei Cameristi, poi con la Camerata, e l’ultima volta nel Bari Piano Festival nel 2019. In un concerto memorabile, al tramonto a Torre Quetta, con un jazzista e compositore straordinario come Leszek Możdżer».

Ci parli di «See Sharp». Cosa devono aspettarsi i musicisti che si iscriveranno?
«È aperto a tutti, non solo ai pianisti. Sul pianoforte non suoneremo una nota, infatti. Sarà un workshop per vincere le paure, mettere a fuoco le proprie emozioni. Se si è alla ricerca di strumenti e pratiche per affrontare l’ansia da palcoscenico o lo stress di qualunque performance pubblica, qui si troverà una traccia da seguire. “See Sharp” è un gioco di parole, ma anche un consiglio: quello di mettere a fuoco le proprie emozioni, e guardare un orizzonte lontano. Spesso un musicista ha un percorso complicato, fisicamente e psicologicamente: è difficile vivere le cose con audacia, abbandonare la propria comfort zone, favorire la propria emotività e utilizzare l’energia che arriva dalla paura come strumento espressivo. Per far questo ho imparato sulla mia pelle tutto questo, e desidero aiutare i miei colleghi il più possibile. Il fine ultimo è veicolare e canalizzare tutte queste emozioni, affinché poi sia il pubblico a provarle».

Il grande musicologo Piero Rattalino diceva che per capire se stai trasmettendo qualcosa di speciale durante un concerto, deve accadere che la tua anima si stacchi dal corpo. Per poi porsi al centro della sala ed ascoltarsi.
«È un’immagine bellissima, un meraviglioso insegnamento del dentro e fuori da te. Riuscire in contemporanea a donare e ad ascoltare. Per questo l’emotività va allenata continuamente: come la creatività o la tecnica».

Lei dunque funge da «coach» durante il workshop, una figura oggi sempre più richiesta.
«È vero: basti pensare al mondo dello sport, della danza, del teatro. Nella musica, invece, manca. Eppure ne avremmo sempre bisogno. Nel mondo della musica classica siamo schiacciati dalla responsabilità della tradizione, da una parte; dall’altra, fisicamente, è molto difficile suonare bene uno strumento. Di questo non si tiene conto. Fino al punto che non ci concediamo il diritto di avere paura. Anzi, è quasi un tabù».

In Italia workshop così sono una rarità?
«Purtroppo sì. A Londra, alla Royal Academy of Music, esistono discipline come “Scienze of Emotions”. È un augurio che faccio al nostro Paese: affinché temi come questi vengano presi sempre più in considerazione. Per non parlare dei nostri Conservatori: strutture grandiose che dovrebbero aggiornarsi. Oggi un artista deve essere in grado di rapportarsi ai media, gestire i social network o il videomaking. E l’emotività, l’elemento più importante».

Come è nata l’idea di «See Sharp»?
«Ho iniziato con i miei allievi ad avere una visione più olistica del gesto artistico. Osservando loro in primis. E poi non ho mai dimenticato esempi come il grande violinista Yehudi Menuhin, il primo a risolvere diversi problemi con la pratica di tecniche di meditazione e lo yoga».

Bisognerebbe sempre suonare come se fosse un gioco, quando lo si fa da bambini?
«Magari! Ho iniziato a tre anni con un pianoforte giocattolo a coda, rosso. Ed è il primo ricordo che ho di me legato alla musica. Non è un caso che suonare e giocare siano la stessa parola in tante lingue. Poi ho scoperto che in quella cinese c’è un ideogramma che ha lo stesso significato: musica e gioia. Questo mi fa pensare quanto il fare arte debba sempre essere gioioso, scontrandosi poi con la crescita, quando cambiano innocenza e spontaneità. Oggi cadere è una cosa di cui vergognarsi, una sconfitta totale. E rialzarsi è una fatica enorme. La lezione, invece, è ricordarsi quando il bambino che era in noi, cadendo, si rialzava col sorriso. E sa da dove arriva allora il consiglio migliore? Dallo sport: o si vince o si impara».

Lei sostiene anche che la vita del musicista sia piena di solitudini.
«L’etichetta del solista te la porti in giro per tutta la vita. Se sei un concertista, farai sempre tutto da solo. C’è anche scritto bello chiaro sulla porta di ogni teatro: camerino del solista. Ma dentro quella solitudine bisogna trovare il proprio spazio».

Che cosa ascolta Gloria Campaner al di fuori della musica colta?
«Sono appassionatissima di jazz e quest’estate non vedo l’ora di andare al Festival di Montreux. Ascoltare altri generi e sonorità è fondamentale: basti pensare che molti pattern della musica metal sono di derivazione barocca».

Sta studiando qualcosa di particolarmente difficile adesso?
«Il “Preludio Fuga e Variazione” di César Franck, che vorrei accostare alla Toccata e Fuga in Re minore di Bach. Sto penando per trovare il suono giusto, dato che sono due pezzi scritti in origine per organo. Ma le sfide sono belle per queste: o si vince, o si impara».

[intervista a cura di Livio Costarella]

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