Reclusione da 3 mesi a 3 anni e multe fino a 100mila euro per chi alleva equini a scopo di macellazione con inasprimento di un terzo della pena qualora la carne venga effettivamente immessa sul mercato. La proposta di legge attualmente in discussione alla Commissione Ambiente del Senato si basa sulla classificazione degli equidi – tutti, dal cavallo all’asino dal mulo al pony – come “animali da affezione”, cioè non destinati alla produzione alimentare (“Non Dpa”). L’iniziativa è bipartisan: nel pacchetto finale, infatti, sono confluite le proposte di Susanna Cerchi (M5S), Luana Zanella (Avs) e Michela Brambilla (Noi moderati), già ministro per il Turismo.
Addio alla carne di cavallo sulle nostre tavole, quindi? Vedremo. La proposta è ancora all’alba del suo percorso e – c’è da dire – è la quarta volta che la politica tenta una sortita del genere. I primi tre tentativi sono stati fallimentari. Anche perché se da un lato gli animalisti premono (e qualcuno già esulta), dall’altro c’è chi alza il muro. Innanzitutto, s’impone un tema di tradizione alimentare che vede proprio la Puglia in prima fila tra le Regioni italiane con il 35% del consumo, seguita a distanza da Veneto ed Emilia Romagna. E poi l’approvazione della legge vorrebbe dire la distruzione totale di una filiera estremamente rilevante. Certo, il pacchetto dovrebbe prevedere anche un fondo per la riconversione degli allevamenti di circa 6 milioni di euro che, però, appare insufficiente già in premessa.
Resta poi il dubbio sul consumo. Vietarlo esplicitamente vorrebbe dire spalancare le porte al mercato nero, almeno nella fase iniziale. Limitarsi a perseguire la macellazione innescherebbe il paradosso di lasciare le porte aperte alle importazioni. Polonia, Francia, Spagna, Messico e Stati Uniti ringrazierebbero. Nell’uno e nell’altro caso – il secondo appare improbabile – tutto andrebbe a detrimento della salute del consumatore.
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