Martedì 14 Aprile 2026 | 12:54

Luca Ravenna mattatore al TeatroTeam: «Il tour si chiama "Flamingo", il titolo lo spiego nello spettacolo. Innamorato di Bari e del suo dialetto»

Luca Ravenna mattatore al TeatroTeam: «Il tour si chiama "Flamingo", il titolo lo spiego nello spettacolo. Innamorato di Bari e del suo dialetto»

Luca Ravenna mattatore al TeatroTeam: «Il tour si chiama "Flamingo", il titolo lo spiego nello spettacolo. Innamorato di Bari e del suo dialetto»

 
Bianca Chiriatti

Reporter:

Bianca Chiriatti

Luca Ravenna

foto Chiara Mirelli

Protagonista assoluto della stand-up comedy italiana ha da poco annunciato il tour mondiale che lo porterà anche a New York: «La comicità americana ha la lingua dalla sua parte: con l'inglese in tre parole dici tutto»

Martedì 14 Aprile 2026, 08:34

Il motivo per cui il tour si chiama «Flamingo» lo spiega nel finale dello spettacolo. Sarà quindi necessario andare a vedere dal vivo Luca Ravenna, che arriva giovedì 16 aprile al TeatroTeam di Bari (biglietti su TicketOne). Tra i protagonisti assoluti della stand-up comedy, ha da poco annunciato il nuovo tour mondiale in partenza a novembre, che lo vedrà esibirsi nelle grandi arene europee e al Gramercy Theatre di New York. E ora è nel pieno del giro di palchi italiano, in cui mette in campo il suo sguardo ironico e dissacrante sull’attualità prendendo ispirazione dalla vita quotidiana con un pizzico di fantasia: case vere e case finte affittate sopra le discoteche, il tentativo di iniziare una carriera da corista, una famiglia d’origine divisa dalla politica, il desiderio di diventare zio e quello di restare bambino per sempre.

Ravenna, come affronta la vita da tour?

«Ho smesso di dormire, sento i postumi come se fossi sempre drogato, ma senza la droga. Ma sono molto contento. È uno spettacolo in cui affronto più o meno gli stessi argomenti di cui parlerei con gli amici, cercando di restare aderente a me stesso».

Che valore ha il pubblico in sala, visto che dai club ora calca anche i teatri?

«Nei posti più piccoli sei a stretto contatto, la parte divertente è proprio chiacchierare con le persone. Nei teatri con 1500 persone è più difficile, chi è in fondo non ha idea di cosa ci sia davanti, quindi lo spettacolo è più "dritto". Poi c'è sempre un pizzico di tensione, anzi serve a dare proprio quel qualcosa in più. Lo sentivo raccontare dai grandi comici, ed è vero, aiuta a rimanere concentrati, fa parte della bellezza di questo lavoro».

Come si «combatte» l'ansia da prestazione?

«La cosa migliore è affidarsi al testo. Se è valido, ti protegge come un paracadute. Nei piccoli locali, quando spesso provi i pezzi nuovi e testi il materiale, ti chiedi sempre se un tema funzionerà. Così poi sul palco quando esponi il tuo monologo lo fai con più scioltezza».

Parliamo del tour mondiale, che pubblico viene a vederla all'estero?

«Sono felice di esibirmi in posti sempre più grandi, sono serate molto "tricolori", con persone da tutta Italia, mentre invece qui ci si concentra sempre su una singola città. Si sente molto l'unione, chi vive lontano tende sempre a voler ritrovare qualcosa del proprio Paese, nel senso più alto del termine, quindi è forte lo spirito di appartenenza».

Che rapporto ha con la comicità americana?

«È molto diversa anche per via della lingua, l'inglese è più immediato, in tre parole condensi un concetto, mentre l'italiano ha infinite sfumature. Poi c'è una tradizione fortissima di spettacoli nei club. Mi piace moltissimo, tutta la mia generazione è cresciuta con comici anglofoni».

Ormai però anche in Italia è un trend molto attivo, anche tra i giovani ci sono tante realtà di stand-up comedy, molti laboratori...

«Pensare che quando abbiamo iniziato eravamo pochissimi, nel giro di pochi anni in centinaia si sono avvicinati. Ogni città oggi ha club e serate, avrei pagato per avere queste opportunità. In un certo senso è anche bello sentirsi un po' responsabili di questa diffusione».

Nel 2026 si può ancora ridere di tutto o ci sono temi che è meglio evitare?

«In Italia abbiamo una grande libertà. Le battute discutibili arrivano da ogni ambito, noi comici ci sentiamo abbastanza liberi, sempre tenendo ben presente il contesto. Poi anche le singole città hanno caratteristiche e tabù, quelli impari a gestirli con l'esperienza».

E a Bari di cosa si ride?

«Vabbè, io sono innamorato di Bari, l'accento è fantastico, il barese stretto è quasi incomprensibile. È proprio un modo di vedere e interpretare il mondo, ti resta dentro».

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