Giovedì 29 Settembre 2022 | 04:50

In Puglia e Basilicata

Punti di vista

In mezzo scorre la voce di Antonio

«Babilonia», Antonio Castrignanò presenta il nuovo album con una grande festa a Torre Sant'Andrea

Ogni volta che Castrignanò canta, qualunque sia il palco, in ogni piazza, l’evento o la circostanza, un popolo intero per una manciata di minuti smette di sentirsi orfano

04 Settembre 2022

Luisa Ruggio

Quando sono lontana dal Salento, quando mi manca la spianata che fa da avamposto ai filari che attraversavo da bambina con mio nonno durante certe vendemmie che erano vie dei canti, scelgo una voce da ascoltare in cuffia e la sfilo via dalla treccia di tutte le altre possibili voci che dicono e riammagliano uno spartito altrimenti impossibile, poiché non scritto, tramandato ereditato raccolto nelle puteche negli ortali nelle corti interne nei giardini abbacinanti e nei luoghi terragni, in fondo a un qualche paese dai lineamenti aspri.

E’ una la voce di cui sento l’urgenza, quando sono fra i passeggeri a bordo di un treno che mi sparpaglia o mi porta più lontano, così come negli anni e nei decenni l’ho ascoltata mentre vivevo in qualche città animata da altri dialetti e stornelli, cantilene e storie che si inanellano ancora a formare volti del secolo scorso e mani che conoscevano la fatica del fare e del tirare a campare, il senso profondo del guadagnarsi la giornata e concupire con lo sguardo concesso da una danza tradizionale di pochi passi una donna o un uomo che si desidera e che si ama eppure non si può toccare se non attraverso certe strofe e quel fazzoletto al quale Bodini faceva un nodo per ricordarsi del cuore. Quando, insomma, cerco un inspiegabile qualcuno capace di non perdere di vista la sua storia, suonando il tamburello o tenendo il ritmo con i cucchiai, intonando il ritornello di una pizzica o raccontando un culacchio con la stessa potenza di cui erano capaci gli anonimi canticunti del secolo scorso, metto in play la voce di Antonio Castrignanò. E ogni volta qualcosa ritrova la sua giusta dimensione, il suo canale, quel groviglio di misteri che nel sangue sono alberi genealogici e destini e caratteri e soggettivismi che trovano la pelle e i calcagni pronti a rispondere ad un intimo senso di chiamata, addirittura a tutti quei ritorni prosciolti dall’obbligo di essere impossibili, poiché è sufficiente quella voce per liberarne di nuovo il potere e il punto di contatto fra me, un ascoltatore qualunque, ed un piccolo mondo antico.

Non è una cosa che richiede chissà quale analisi musicale o antropologica, che pure a ragion veduta ha i suoi esperti e generosi cultori, è più qualcosa come un cortocircuito, una malia, che avviene perché taluni ne sono portatori, cantori, figli e padri degni di rispetto. E fra quelli che hanno portato più in alto questo sentimento in chi come me ha avuto il privilegio di ascoltarli dal vivo almeno una volta, resta l’eterno ragazzo nato con la canottiera. Ogni volta che Antonio Castrignanò canta, qualunque sia il palco, in ogni piazza, l’evento o la circostanza, un popolo intero per una manciata di minuti smette di sentirsi orfano. La gente lo ama. Come si ama una ronda di padri e nonni che assomigliano a Cici Cafaro e ad Uccio Aloisi dallo sguardo per sempre sornione nel murales che lo ritrae in uno dei vicoli della marina di Casalabate, una moltitudine di album di famiglie infelici a modo loro e di personaggi che sembrano sfuggiti alla narrazione che rese possibile Macondo, o alla poesia che ha reso reale Cocumola, una folla di assenti e di mancanze che hanno un ringhio nella timbrica piena di un sud estremo come quello che esprimeva Zimba. Quando torno a casa e però continuo a non trovare il Salento che mi manca mentre ci sono dentro, io cerco e ascolto a occhi aperti e chiusi, per sempre grata, la voce di Antonio. E tutto ricomincia, ancora una volta.

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