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Il vino racconta la nostra identità

Il vino racconta la nostra identità

Sono trascorse quasi quattro decadi dacché il nome del Primitivo di Manduria si ritrovò lordato dallo scandalo delle adulterazioni al metanolo

19 Giugno 2022

Omar Di Monopoli

Sono trascorse quasi quattro decadi dacché il nome del Primitivo di Manduria (dal latino “primativus”, precoce, perché il vitigno matura già in agosto) si ritrovò lordato dallo scandalo delle adulterazioni al metanolo. In questo - per molti versi frenetico, laborioso - arco di tempo fior di maestri vignaioli hanno saputo rettificare l’ingiusta nomea di vipereo composto da taglio cui il nettare pugliese era stato confinato per restituirgli la prestigiosa allure di nobiltà che invece gli spettava: perché il Primitivo, è ormai fatto notorio, è un vino unico e prezioso, che nasce vicino al mare recando in sé i sapori delle onde del mar Ionio e la memoria delle antiche gesta che gli uomini consumarono su questi lidi.

Proprio nella cittadina capofila della disciplinare di produzione, a Manduria, è sorta due decenni fa una realtà museale che in poco tempo ha saputo fare tesoro di questa sorta di narrazione extra-enologica che il vitigno si porta appresso, diventando all’un tempo polo di attrazione turistica nonché serbatoio di glorie di un passato immobile eppur volatile, transeunte. Sì, perché il Museo della Civiltà del Vino Primitivo, ubicato all’interno delle cantine dei Produttori Vini (nello specifico: nelle ristrutturate cisterne vinarie del gigantesco stabile di Via F. Massimo), è sorto nel 2001 grazie alle donazioni degli autoctoni, chiamati a partecipare attraverso un bando che ne titillava il senso identitario giocando sulla nostalgia: «convinti che il ricordo del passato è il miglior viatico per un futuro migliore, il Consorzio invita la cittadinanza a contribuire all’allestimento di un museo della civiltà contadina e del vino Primitivo», recitava il manifesto affisso ai muri del paese. E i manduriani, in massa, si attivarono: furono svuotate cantine, ripulite vecchie magioni, snidate credenze della nonna e recuperate attrezzature dimenticate in cima a qualche oscuro mazzeno.

«In breve i locali furono satolli», ci racconta la responsabile delle comunicazioni del consorzio Anna Gennari. «Ogni reperto abbisognava di restauro e tutela: pratiche di cui ci siamo fatti felicemente carico e che ci hanno premiato facendo ottenere al Museo l’inserimento nella rete museale della Regione. Oggi a visitare queste stanze in cui si respira l’atmosfera di un tempo che fu ci vengono ogni anno centinaia di visitatori, perlopiù forestieri, ma anche scolaresche, gruppi di appassionati di folklore e amanti dell’antropologia: organizziamo guide in diverse lingue, cercando di rendere il luogo un avamposto di cultura ma anche un aggregatore sociale, qualcosa che, al di là del circuito enoturistico, sappia farsi carico di una narrazione che ci vede tutti coinvolti. Quest’anno la cantina compie 90 anni, siamo lieti che il Museo ne sia un’insostituibile propaggine»

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