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Quel ponte ad arco sulla «Bradanica»

Quel ponte ad arco sulla «Bradanica»

Unire due sponde è sempre un gesto carico di intenzioni, non solo tecniche, ma anche sociali, culturali ed economiche. Non a caso, nei millenni, le maggiori autorità politiche, giuridiche e religiose, per meritarsi il titolo di pontefice, dovevano essere capaci di «costruire ponti»

22 Maggio 2022

Mariateresa Cascino

Da qui a lì, la domenica pomeriggio è una buona idea montare sulla motocicletta e con il vento in faccia attraversare il ponte ad arco sospeso sulla strada provinciale Bradanica, alle porte di Matera, tra campi di grano a perdita d’occhio e l’alveo inciso del torrente Gravina. L’opera a forte tasso ingegneristico alle porte della città scavalca il profondo canyon ed è dotato di un sistema di sospensione con archi bianchi tubolari inclinati. Stagliato all’orizzonte potrebbe sembrare un uccello gigante in volo, oppure un’arpa con le corde al vento che aspettano solo di vibrare. Percorrerlo fa venire in mente la grande capacità creativa e riparativa investita per realizzarlo. Architettura dal grande potere simbolico, il ponte infatti è unione, attraversamento, comunicazione, ed è tra le opere ingegneristiche più grandiose mai realizzate dagli uomini per la sua carica metaforica e per la sua utilità concreta di legare ciò che è separato. La parola deriva dal latino pons pontis, in cui prevale il significato di costruzione utile. Ma l’origine è senz’altro più antica, visto che gli uomini hanno cercato da sempre di superare gli ostacoli. Sarà per questo che il verbo pontificare deriva da questa grande forza di connessione ed è assunto come sinonimo del più alto grado del dire e del fare. Infatti oggi, il titolo di Pontefice indica colui che è in grado di gettare un ponte fra l’al di qua e l’al di là.

Unire due sponde è sempre un gesto carico di intenzioni, non solo tecniche, ma anche sociali, culturali ed economiche. Non a caso, nei millenni, le maggiori autorità politiche, giuridiche e religiose, per meritarsi il titolo di pontefice, dovevano essere capaci di «costruire ponti».

Primo Levi attraverso la voce di uno dei suoi personaggi ricorda che sui ponti passano le strade e senza le strade saremmo ancora come i selvaggi; insomma perché i ponti sono come l’incontrario delle frontiere e le frontiere sono dove nascono le guerre.

A pensarci bene, in quest’epoca di muri divisori, di vergognosa belligeranza, di languori post pandemici, affossati in solitarie malinconie, sentimenti di saudade e parole di odio, dovrebbe animarci l’impulso di essere noi stessi persone ponte e assumere l’opera di ingegno come metafora perenne della convivenza civile. Dovremmo misurare la nostra capacità di gettare ponti affrontandola come una perenne esperienza necessaria e immanente per farci creare e scoprire cose nuove. La sua immagine ha infatti il potere di muovere forze interiori, genera l’idea che esista un modo diverso di ascendere e planare, lasciando intravvedere nuove possibilità sopra vuoti profondi. Sentire le intense emozioni che suscita la parola stessa, la sua storia, la sua capacità di generare positività, comprensione, connessione, utilità, e anche perché è una parola bellissima di cui innamorarsi.

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