LA «CRISI» E GLI «EXTRA» - Una scelta che, a dire il vero, ha destato non poche perplessità per modalità e tempistiche: infatti, i tre medici che si sono «convertiti» all’obiezione lo hanno fatto con comunicazione inviate alla direzione sanitaria dell’Asl a qualche giorno di distanza l’uno dall’altro, in concomitanza con l’assenza del direttore di presidio e - ma questa è una coincidenza - con la decisione della Asl di sospendere le cosiddette «prestazioni aggiuntive». Si tratta di attività «extra», remunerata a parte, per prestazioni eseguite ad esempio in altri presidi, come il «Fallacara» di Triggiano, e ora dirottate presso l’unico centro di riferimento del San Paolo. Con inevitabili e comprensibili disagi organizzativi. Ma la questione, da quanto si è appreso, sarebbe destinata a sbloccarsi in quanto la Regione avrebbe comunque autorizzato - non formalmente - a utilizzare il 20 per cento del budget di prestazioni aggiuntive precedenti. Sulla vicenda, comunque, la direzione sanitaria della Asl ha avviato una inchiesta interna affidando al direttore di presidio una dettagliata relazione che metta a fuoco le problematiche e soprattutto chiarisca il perchè non si sia discusso prima di passare ai fatti. Il problema aborti, apparentemente, è in qualche modo sotto controllo: in attesa che l’Asl recluti un ginecologo «ad ore» non obiettore, chi vuole fare ricorso all’interruzione di gravidanza può rivolgersi al Policlinico o a due cliniche private. L’ex Consorziale ha infatti rinforzato la presenza dei medici non obiettori con una terza unità, garantendo sia l’aborto mediante la pillola «Ru 486» sia mediante intervento chirurgico. Da ricordare che il Policlinico fu il primo ospedale a utilizzare la «Ru 486» (la cosiddetta pillola del giorno dopo), grazie al dott. Nicola Blasi che la importava direttamente dalla Francia sin dai tre anni precedenti la sua introduzione in Italia. Il medico - uno dei pochi non obiettori - se ne andò sbattendo la porta contestando l’organizzazione del servizio.
LE DUE CLINICHE PRIVATE - Fin qui la cronaca di ieri. Torniamo ai giorni nostri. Come già detto, dopo che il San Paolo ha issato bandiera bianca, ci sarà il Policlinico che continuerà ad assicurare il servizio, ma anche due cliniche private accreditate cittadine: si tratta della «Madonnina» del gruppo Cbh e della Santa Maria. Le due strutture registrano qualcosa come 2-400-2.500 interruzioni volontarie di gravidanza annua ottenendo un rimborso che si aggira intorno ai 2 milioni e mezzo di euro: il costo del «drg» (il sistema dei tariffazione della prestazioni di ricovero) per un aborto, in base al nuovo nomenclatore tariffario, oscilla tra i 989 e i 1.133 euro. E qui spunta un primo problema. Proprio per quanto riguarda Cbh, nel corso delle trattative finalizzate alla revoca degli annunciati 338 licenziamenti, era stato discusso - e deciso nel corso di un accordo - di estrapolare dal tetto di spesa assegnato annualmente, la quota destinata agli aborti. Fatto sta che, ad oggi, l’importo per tale tipo di prestazioni rientra nel tetto complessivo e non è stato adottato alcun provvedimento di diversa natura. Diciamo questo perché, nell’ottica di un ridimensionamento organizzativo, la clinica potrebbe ritrovarsi nella difficoltà di dover scegliere quali richieste di prestazioni soddisfare. Dunque, il problema potrebbe in realtà registrare qualche disagio costringendo le donne a rivolgersi agli ospedali della provincia dove il problema è meno avvertito. Un po’ come accaduto con i consultori della Asl dove, grazie a una nuova riorganizzazione del servizio, si riesce in qualche a modo a garantire la copertura con medici non obiettori di coscienza.
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