Nel tetro scenario di rincari e nuove povertà, disegnato a più voci negli ultimi mesi, arriva un controcanto che racconta una storia economica diversa. Una storia di ripresa dei consumi e rinnovata fiducia degli investitori che cade agli esordi di un 2026 che si annuncia campale per tante ragioni, a cominciare dall’esaurirsi del Pnrr. È il rapporto «Congiuntura» dell’Ufficio Studi di Confcommercio, divulgato ieri e subito capace di scatenare un vivace dibattito (ne riferiamo a parte, ndr).
Il risultato finale in termini di Pil - stimato crescere a gennaio dello 0,5% su dicembre e dell’1,2% nel confronto annuo - sarebbe figlio di tre fattori chiave: il rientro dell’inflazione, il recupero del potere d’acquisto e la ripresa, seppur non travolgente, dei consumi. Un meccanismo che si autoalimenta e - secondo la confederazione - si traduce, nel 2025, in una iniezione di fiducia per famiglie e imprese dopo un 2024 piuttosto grigio. Ne sarebbero prova il Black Friday dello scorso novembre che ha generato quasi 5 miliardi di spesa con un balzo percentuale di otre 19 punti. A ruota, i consumi natalizi cresciuti del 2,8% a famiglia, la crescita del 4,9% dei viaggiatori italiani nel ponte dell’Immacolata e le conferme arrivate, poi, dalla prima tranche dei saldi.
Alle radici dell’impennata il combinato disposto fra due elementi: da un lato l’inflazione, se non si considerano volatilità episodiche, si sarebbe fermata allo 0,7% stimato per gennaio 2026 (il tendenziale di dicembre, all’1,2%, è comunque ben al di sotto rispetto alla media euro del 2%), dall’altro la crescita del reddito disponibile a livelli pre-pandemici con un salto di 4,6 punti percentuali. Da qui, a partire da ottobre scorso, in coincidenza con i primi sconti formalizzati e l’avvicinarsi delle festività, una iniziale ripresa dei consumi. Non uno tsunami, ma comunque un segnale da accoppiare con quel ritorno del risparmio già segnalato giorni fa da Bankitalia. Più interessante, forse, analizzare le spese nello specifico: vanno su, infatti, beni e servizi per la comunicazione, beni e servizi per la cura della persona, quelli ricreativi e quelli per la mobilità. Insomma, la crescita della domanda si lega fortemente al «tempo libero», premiando nei fatti i cosiddetti consumi di lusso: gli italiani si concedono qualche svago in più anche se l’espansione appare sostanzialmente legata a una maggiore disponibilità dei ceti abbienti. Sui prezzi degli alimentari, invece, oggetto di vivaci polemiche, si legge in «Congiuntura»: «Guardando all’inflazione sugli alimentari - che così tanta preoccupazione desta - gli scarti tra Italia e i nostri principali partner sono nulli nei confronti della Francia e superano di dieci punti, nel senso di minore inflazione, nei confronti della Spagna e della Germania. Difficile pensare ci sia qualcosa di poco funzionante nel nostro sistema produzione-trasformazione-ingrosso-distribuzione al dettaglio», con probabile riferimento all’indagine avviata dall’Antitrust.
Quanto esposto finora si tradurrebbe in una impennata della fiducia, fattore chiave per il funzionamento del sistema economico: nel caso delle famiglie si registra un +1,7% a dicembre su novembre, per le imprese delle imprese si registra un +3% rispetto a luglio (in questo, anche il turismo gioca il suo ruolo).
«Il risveglio dei consumi è certamente un segnale positivo che conferma il recupero della fiducia - commenta il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli -. Per rendere la crescita più robusta è necessario continuare a ridurre le tasse su famiglie e imprese, semplificare la burocrazia e creare migliori condizioni - conclude - per la partecipazione di giovani e donne al mercato del lavoro»
















