Trulli in valle d’Itria e masserie in Salento, seconde case di lusso che espongono targhe di finanziamento europeo. Un fenomeno noto da anni, che oggi finalmente si spiega dopo che la giunta Decaro martedì è stata costretta a sospendere le domande per l’accesso agli strumenti di incentivazione alle imprese. Meccanismi in piedi da oltre un decennio, grazie ai quali la Puglia è stata considerata a lungo la Regione con il miglior sistema di incentivi d’Italia. Un sistema che è esploso, vittima del suo stesso successo ma anche della troppa benevolenza.
Per raccontare quello che è accaduto conviene partire dai numeri. A ieri mattina risultavano presentate proposte di investimento per 5,4 miliardi di euro, che implicano richieste di contributi per 2,2 miliardi. La Regione ha disponibilità per 1,35 miliardi, cui sommare residui di fondi Fsc per 600 milioni. E’ esattamente quello che basta per coprire le domande già presentate prima che intervenisse la sospensione dell’accesso a Contratti di programma (per le grandi imprese) e Programmi integrati di agevolazione (Pia), anche nella versione «mini» (per le piccole imprese) e Turismo, che rappresentano il ventre molle di questa storia.
Gli strumenti a sportello sono partiti all’epoca del governatore Vendola, la cui intuizione – sfruttare i fondi europei del Qcs – permette di costruire un meccanismo su misura delle imprese per facilitare gli investimenti. La caratteristica era: bassa intensità degli aiuti (la percentuale di contributo pubblico sugli investimenti) che andava dal 25% per le grandi imprese al 45% per quelle piccole a cui, per precisa scelta, non era consentito incentivare gli acquisti immobiliari. C’era soltanto la possibilità di ottenere il 10% di contributo in conto interessi per i finanziamenti...















