Lo spettro del voto di scambio torna ad aleggiare sulle consultazioni elettorali pugliesi. Il candidato di Fdi Domenico Damascelli, primo dei non eletti secondo la proiezione ufficiosa di Eligendo, ha descritto su Repubblica Bari un quadro a tinte fosche dell’ultima competizione, con l’uso di «buoni per la spesa» o «compensi da rappresentanti di lista» come leve per indirizzare le scelte degli elettori.
La Gazzetta ha chiesto all’ex consigliere regionale - che aveva fatto della legalità un punto fermo della sua campagna di propaganda - se ci fossero state alterazioni nelle dinamiche democratiche del voto: «Mi chiede della corruzione elettorale? Nelle ultime regionali, e non solo, ho denunciato nei miei comizi - spiega Damascelli - il ripetersi di operazioni di mercimonio, ai danni dei pugliesi più fragili». Dopo il clamore di Codice Interno, si sono riviste pratiche ambigue? «La magistratura sta facendo un ottimo lavoro di contrasto a questo fenomeno - ha aggiunto l’esponente meloniano - ma in alcuni casi il fenomeno c’è ancora. Se mi chiameranno i magistrati, ripeterò quello che ho detto in ogni intervento sui palchi della Puglia che mi hanno ospitato».
Le dichiarazioni di Damascelli, politico cresciuto nel Msi e nel Fronte della Gioventù con in sezione il poster del martire antimafia Paolo Borsellino (da studente dirigente del Fuan a Palermo) trovano sintonia con l’impegno legalitario di Michele Laforgia, già candidato sindaco di Bari, consigliere comunale nel capoluogo regionale e leader de La Giusta Causa: «La cosa non mi sorprende. Fenomeni di questo tipo non nascono e muoiono nel corso di un mese o di un anno. Abbiamo denunciato e discusso di questi temi a fondo. Aspettiamo che Damascelli metta in condizione la magistratura di approfondire». Dopo gli arresti del febbraio 2024, c’è ancora da proseguire nell’impegno per difendere la libertà di voto dei cittadini più deboli? «C’è - ha ribattuto il leader del civismo democratico barese - un problema gigantesco di composizione delle liste, di organizzazione del consenso e di mercato dei voti. Un dato di fatto che diciamo da anni».
Le dichiarazioni del procuratore aggiunto di Bari Francesco Giannella, a San Macuto, davanti alla Commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo, sul rischio “assuefazione” nella società civile risuonano come un monito: «Mentre la repressione del caso singolo, con riferimento a circostanze di fatto precise è un tema di carattere penale, con indagini per l’individuazione dei responsabili, politica e società civile - ha argomentato il leader progressista - devono trovare un modo per venirne fuori». Poi ha aggiunto un elemento di realtà: «Costa meno comprare i voti che organizzare una campagna elettorale onesta, dal punto di vista dell’impegno, della fatica e anche sul piano economico. Basta fare due conti».
Laforgia ha invitato poi a non soffermarsi solo sulle responsabilità della politica: «Non è solo un problema del mondo politico. Se c’è chi li compra i voti - ha precisato ancora - c’è anche chi li vende. Non parlo di singole ma di un fenomeno sociale di rilevanti dimensioni. Se vale a livello di elezioni comunali, nei grandi comuni i numeri non sono piccolissimi, queste dinamiche valgono anche nelle regionali. Allora ci potrebbero essere migliaia di elettori disposti a vendere il voto». E ricollegandosi alle riflessioni di Giannella ha offerto ulteriori elementi di analisi: «C’è una idea che alcuni fenomeni siano ineluttabili. Continuo ad avere mille riserve sul fatto che ci sia una capacità di attrarre decine di migliaia di voti da parte di persone che non hanno mai avuto una grande presenza nello spazio pubblico. È lecito chiedersi come abbiamo raccolto questi voti e con quali strumenti. Anche perché chi fa campagna elettorale registra la tanta indifferenza degli elettori verso la politica e il voto. Chi ha fatto campagna elettorale sa quanto è difficile convincere singoli elettori. Come sia possibile da semisconosciuti ottenere migliaia di preferenze può alimentare qualche interrogativo. Non solo bisogna indagare, ma anche trovare un modo collettivo per reagire». «La politica deve respingere i collettori di voti, ma anche gli elettori non devono più svendere il loro voto. La svendita presenta poi il conto», ha concluso Laforgia.
















