All’indomani della pubblicazione su queste pagine dei dati Istat sulla Salute, interviene nel dibattito il presidente Fnomceo-Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, Filippo Anelli, secondo cui è ora che il nuovo presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, chieda a Roma i fondi per posti letto e medici.
«Iniziamo dal dire - afferma - che per fare una buona sanità ci vuole una buona programmazione e per fare questa ci vuole un piano sanitario regionale e siccome questo ci manca dai tempi di Vendola, forse sarebbe il caso di suggerire al neo-governatore di metterlo in campo. Il piano sanitario regionale allora fu fatto sui dati dell’Osservatorio epidemiologico regionale. Dopo quel lavoro, merito della professoressa Germinario, in realtà non abbiamo più tavole sulla situazione regionale. I dati Istat ci danno una raffigurazione ma non in dettaglio. L’Osservatorio sarebbe in grado di produrre un’analisi dettagliata del Sistema Salute pugliese, da cui partire per fare un piano e intervenire. Fatta questa premessa, come si vede dai dati che La Gazzetta ha pubblicato, la Puglia non è mal messa rispetto alle altre regioni del Sud. Al di là di alcune aree per la mortalità per tumori, non siamo moltissimo lontani dalla media nazionale».
Colpisce che Istat smentisca che pugliesi e lucani facciano ricorso al Pronto Soccorso in modo smodato e poi…
«Prima di arrivare a questo, la seconda questione che emerge in maniera drammatica, è la carenza di personale, soprattutto negli ospedali. Perché i tassi, se li confronta con regioni come l’Emilia-Romagna, che ha circa la nostra popolazione, mostrano che il numero di medici e del personale sanitario è molto più basso in Puglia. E la Sanità non si fa con le chiacchiere, si fa con le persone».
Di quale personale parla? Dai dati Istat emerge una presenza di medici di base e pediatri superiore al dato nazionale.
«Ora parliamo dei dipendenti. E questo dato si raccorda anche con l’ospedalizzazione: in Puglia il numero di posti letto semiresidenziali e residenziali è un terzo di quello dell’Emilia. Allora anche se noi abbiamo fatto sforzi enormi e abbiamo un livello di sopravvivenza sostanzialmente paragonabile al Nord, si pone un problema di equità: non si può fare una sanità buona con indici di posti letto e personale così compromessi rispetto al Nord. Sulla questione organizzazione, lei ha scritto che la Puglia ha un numero di ricette maggiori e anche un consumo di farmaci. Il dato dovrebbe essere corretto perché i dati sul consumo dei farmaci, in genere, sono quelli di Federfarma e, quindi, delle farmacie ospedaliere. E il numero di ricette è sicuramente maggiore perché da noi la distribuzione diretta dei farmaci (obbligo di legge dall’inizio del 2000), è disattesa o largamente disattesa. Cioè se io, quando vado in ospedale, non ho il farmaco che la legge mi prescrive e che mi dice che dovrei avere dalla clinica, dovrò andare a farmelo prescrivere dal medico di famiglia. Ecco che il numero di ricette sale. Così come sale la spesa farmaceutica delle farmacie territoriali. Per avere una cifra esatta avremmo bisogno dei dati degli ospedali. Il dato diciamo che è alterato da un modello organizzativo diverso della Puglia rispetto, per esempio, all’Emilia-Romagna. Che i pugliesi poi non facciano tantissimo uso di tutto questo lo si vede anche dal numero di visite specialistiche e dal numero delle analisi effettuate e che sono sotto la media nazionale».
Soprattutto nel Brindisino.
«Parlando dei medici di famiglia, la media si avvicina sempre più a un medico ogni 1.400 assistiti. Per norma nazionale, i medici dovrebbero essere attorno ai 1.200. Quindi, in Puglia, siamo oltre tale soglia. Comunque noi abbiamo perso il treno perché nel 2007 ci siamo “inventati” in Puglia le Case di comunità (i Cpt famosi, i Centri polinfunzionali territoriali). Lì dove funzionano, vanno alla grande, ma in questa regione non ci abbiamo creduto. I governi che si sono succeduti non ci hanno creduto. Oggi ci troviamo a dover rincorrere... mentre, se ci avessimo creduto, oggi saremmo tra i primi in Italia. C’è la volontà di farlo? Spero di sì. Perché le Case di comunità - e larga parte dei medici di famiglia aderisce alla richiesta di farne - sarebbero uno strumento straordinario per la gestione delle cronicità. Pensi che la cronicità rappresenta il 40% della popolazione, cioè un milione e 200 mila persone in Puglia».
Quante?
«Un milione e 200 mila persone in Puglia sono affette da malattie croniche. E loro devono poter fare esami e visite specialistiche con cadenze diverse e che rispettino i vari protocolli. Questo nelle Case di comunità si potrebbe fare, perché è possibile fare prelievi ed esami come le ecografie... Buona parte dei politici immagina le Case come un sistema con tanto di presenza di medici H24 ed è un grande spreco di risorse. Perché il tema non è la presenza (che comunque ci sarebbe 8-20), ma il creare il punto di incontro tra prevenzione e gestione della cronicità».
Oggi emerge che la Puglia fa fatica a fare prevenzione.
«Attualmente i modelli utilizzati per gli screening non hanno avuto grande successo. E questo è un tema che il nuovo assessore alla Sanità dovrà affrontare, perché è complesso ma lo dovrà fare. Con gli screening si abbassa la mortalità per tumori e si aumenta la sopravvivenza. Diciamo che abbiamo un quadro con tante luci che potrebbero essere accese, considerato che la Sanità pugliese è buona ma avrebbe bisogno di una grande spinta per essere migliorata e la spinta maggiore è sui professionisti. Infine, tenendo conto dell’autonomia differenziata, vorrei dire che non si può partire per definire gli elementi essenziali della prestazione, soltanto dalla storicità, cioè da quello che abbiamo e storicamente abbiamo. La Puglia ha bisogno di un governo che metta mano, con risorse proprie, a colmare le disuguaglianze. Quindi, la vera sfida sta anche nella politica. Il nuovo governatore (Antonio Decaro; ndr) deve chiedere al Governo centrale le risorse che ci permettano di avere un numero di professionisti pari a quelli della Lombardia, dell’Emilia-Romagna, della Toscana, e che ci consentano di avere gli stessi posti letto, le stesse strutture. Su questo lo Stato, che nel passato ha investito nettamente sulle regioni del Nord, deve oggi riparare e intervenire per una questione di giustizia. Perché l’art. 3 della Costituzione ribadisce che siamo tutti uguali. Ultimi, ma non ultimi, voglio ricordare i medici del 118 che sono essenziali oggi dimenticati e ridotti a lumicino. Gli avevano promesso nel 2025 il contratto regionale per incentivarli e invece sono stati dimenticati. Sono loro quelli che ci salvano la vita in caso di incidente».
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