Domenica 30 Novembre 2025 | 12:17

Ottant'anni fa dalla Grecia in Puglia: la nostra memoria di profughi

Ottant'anni fa dalla Grecia in Puglia: la nostra memoria di profughi

 
Andrea Cannone *

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Andrea Cannone *

Ottant'anni fa dalla Grecia in Puglia: la nostra memoria di profughi

La regione è diventata patria per gli italiani cacciati dalla Grecia nel 1945. A Bari prima in un capannone industriale in via Amendola, poi nella caserma «Regina Elena» fino alla nascita del Villaggio Trieste

Domenica 30 Novembre 2025, 11:12

È sera ed è stata disposta la partenza dell’ultimo convoglio di italiani e italo-greci dal porto di Patrasso con la motonave «Patrai». La decisione dell’espulsione proviene a livello centrale dal capo pro tempore del governo greco Panaghiotis Canellopoulos (novembre 1945) nel periodo convulso successivo allo scontro ad Atene nel dicembre 1944 tra le forze dell’EAM-ELAS e le forze inglesi e le forze militari greche insieme ai gruppi paramilitari ex collaborazionisti dei tedeschi ora sostenuti dagli inglesi in funzione anticomunista.

Nel luglio 1945 era stata già effettuata l’espulsione degli adulti italiani residenti in Grecia per lo più italo-patrassini che avevano rifiutato di essere naturalizzati greci allo scoppio della guerra già internati e maltrattati all’inizio della guerra (la maggior parte ad Argo) fino all’armistizio della Grecia con la Germania per poi rivestire l’uniforme militare come interpreti dell’esercito italiano di occupazione; scampati fortunosamente alla deportazione in Germania dopo l’8 settembre 1943 e alla giustizia sommaria degli andartes (partigiani) viene disposta la loro espulsione. Dopo una permanenza in una caserma nei pressi di Atene seguì l’imbarco al Pireo il 21 luglio 1945 su una nave francese e lo sbarco a Taranto il 23 luglio.

I loro familiari (anziani, donne e bambini), che come tutti i patrassini durante la guerra hanno subito i bombardamenti degli aerei italiani all’inizio e durante la guerra, la carestia e il mercato nero durante l’occupazione italo-tedesca, stanno dunque per partire. In precedenza altri gruppi di italiani e italo-greci erano partiti sia da Patrasso che da altre città, per esempio da Corfù o da Rodi e Coo. L’espulsione degli italiani da Corfù fatta nel novembre 1944 è stata particolarmente odiosa. Una vera e propria cacciata a furor di popolo accompagnata da insulti nei confronti delle persone incolonnate verso il porto mentre i parenti greci seguivano nascondendo il pianto ai lati del marciapiedi il doloroso distacco. Un testimone oculare ha raccontato al sottoscritto anche un epilogo tragicomico di quella triste serata: un giovane corfiota era salito su un mucchio di barili accatastati dentro il porto e aveva iniziato ad imitare Benito Mussolini in un discorso rivolto agli italiani in un misto di dialetto corfiota e di italiano cadendo poi fragorosamente nel bel mezzo della sua orazione dai barili e suscitando l’ilarità dei greci presenti … ma non degli italo-corfioti.

Non ho notizie di analoghi comportamenti quella sera a Patrasso ma il clima non doveva essere tra i migliori: un nucleo familiare di pescatori italo-greci provenienti da Preveza con un camion per essere imbarcati in uno dei precedenti convogli in partenza da Patrasso era stato oggetto di lanci di pietre lungo il tragitto che avevano colpito un bambino in braccio alla mamma.

In un saggio storico e autobiografico del 1978 dedicato al periodo della Belle Epoque a Patrasso Panaghiotis Canellopoulos (il capo del governo in carica il novembre 1945) dopo aver descritto l’origine e la consistenza della presenza a Patrasso degli italiani, ricorda la balia del proprio fratello maggiore, tale Rosina Monopoli. A tale ricordo aggiunge che alla fine del secondo conflitto mondiale quasi tutti gli italiani «sono stati obbligati ad abbandonare Patrasso» aggiungendo testualmente: «Il loro comportamento il 28 ottobre 1940 nonchè successivamente quando i tedeschi hanno consegnato la nostra città alle autorità militari italiane sfortunatamente è stato molto cattivo» (corsivo nostro); Canellopoulos aggiunge che anche Rosina Monopoli all’epoca ultrasettantenne partì una sera del novembre 1945 nonostante egli, in quanto capo del governo, avesse tentato di telefonare al prefetto dell’Acaia per trattenerla a Patrasso ma la nave era già partita… Da notare che Canellopoulos mancava da decenni a Patrasso e vi era ritornato il 5 ottobre 1944, dopo la ritirata dei tedeschi, in rappresentanza del governo del Cairo guidato da Giorgio Papandreou, insieme al capo dell’ELAS Aris Velouchiotis restandovi solo per alcuni giorni. Un gruppo di circa 300 persone era già partito sempre con la motonave «Patrai» il 18 novembre 1945.

La sera del 30 novembre 1945 si imbarca anche una giovane donna di 22 anni con due bambini di 5 e di 2 anni e una valigia con pochi effetti personali. I giorni precedenti aveva sentito la necessità di parlare del suo problema di coscienza con il papas della chiesa di Aghia Paraskevì nel quartiere chiamato Tabachana di Patrasso dovendo partire per un paese che non conosceva, di cui non conosceva neppure la lingua e la cui religione era diversa dalla propria. Il papas le disse di seguire il proprio marito con i figli anche se lei non era di religione cattolica come il marito e di conservare comunque la propria fede greco-ortodossa. Dopo una triste foto ricordo fatta con i propri familiari salì sulla nave insieme a circa altre duecento persone. Nel buio della sera mentre la nave si allontanava si vedevano in lontananza i fuochi di artificio per la festa di Sant’Andrea protettore della città di Patrasso…

Quella giovane donna era mia madre e i due bambini sono due miei fratelli. L’attendeva la permanenza con gli altri profughi per diversi anni prima in un capannone industriale in Via Salerno (oggi via Amendola) poi nel Centro Raccolta Profughi (CRP) della Caserma «Regina Elena» a Bari Vecchia. Una vera e propria casa arriverà con l’assegnazione di una casa popolare al Villaggio Trieste nel 1956, ossia 11 anni dopo! Al Villaggio Trieste si ritroveranno insieme agli altri profughi di Patrasso e quelli provenienti da Corfù, Rodi, Coo, dalla Romania, dall’Albania, dalla Libia, dalla Tunisia e i profughi giuliano-dalmati (per es. da Pola, Parenzo, Rovigno, Fiume e Zara). Per poter rivedere i propri familiari mia madre dovrà aspettare poi ancora un anno.

La sorte è analoga ai tanti italo-patrassini – si parla di circa tremila persone tra cui molte coppie italo-greche - che verranno distribuiti nella penisola italiana, oltre a Bari, in Piemonte (Tortona-Caserma Passalacqua, Novara-Caserma Perrone, Torino-Casermette di Borgo san Paolo) e Firenze-Caserma di Via della Scala. Molti di loro sono ormai deceduti, sono rimasti i bambini dell’epoca oggi in età ormai avanzata e per tutti sembra doveroso serbare un ricordo come recitava una canzone ben nota agli italo-patrassini di Torino e di Firenze che si riferiva probabilmente alla città da cui erano stati così brutalmente allontanati: «Mi me xechnas ghiatì se agapisa polì- Non scordarti di me perché ti ho molto amato».

* già ordinario di Diritto Internazionale

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