«Parliamo in italiano» chiede Rosita. Una scelta non di cortesia, ma dettata dalla paura. Esprimersi, seppur a fatica, nella nostra lingua, quella che la 50enne nata a Caracas, ha imparato dai genitori di Sannicandro di Bari, emigrati in Venezuela negli anni Sessanta, la fa sentire più tranquilla e al riparo da orecchie indiscrete.
«Ho sentito in lontananza il rumore delle esplosioni» racconta. Ma all’indomani dell’attacco statunitense e dell’arresto di Nicolas Maduro, regna ancora l’incertezza e il timore che gli spietati uomini del presidente possano ancora far sentire la loro influenza. Perché l’operazione di Trump, per quanto auspicata da tanti in un Paese ormai distrutto dalle politiche prima di Chavez e poi del suo delfino, non fa ancora pensare alla fine definitiva della dittatura. E lascia tanti interrogativi sul futuro.
«Per ora restiamo a casa, come ci hanno consigliato di fare - conclude Rosita -. Attendiamo gli sviluppi, leggendo le news che circolano online, guardando il tg o ascoltando il radiogiornale». Ed è stata proprio la radio ad informare Pedro, residente in una città a qualche chilometro da Caracas, di quanto stesse accadendo nella capitale.
«Stavo andando a lavoro in auto, quando ho sentito la notizia. Ho subito fatto inversione di marcia e sono tornato a casa» rivela il venezuelano, anche lui figlio di emigrati baresi. «Le strade sono deserte - continua -. Ci sono code soltanto all’esterno di farmacie e supermercati, tutti presidiati da militari americani».
«Non sappiamo come si evolverà la situazione» ma l’augurio è solo uno: «Speriamo solo che finalmente il Venezuela possa risorgere».
















