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Potenza, ammanco di 7 milioni
nel caveau: processo per sette

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MASSIMO BRANCATI
Un ammanco di 7,2 milioni di euro nel caveau dell’istituto di vigilanza «La Ronda» di Potenza. Un «buco» da cui ha origine il tracollo della società. Vicenda ancora tutta da chiarire in merito a modalità e responsabilità. Undici persone sono finite davanti al Gip di Potenza, Luigi Spina, con la richiesta di processo avanzata dal Pm Francesco Basentini. Ieri la decisione: sette persone rinviate a giudizio. Si tratta di Pier Giulio Petrone (difeso da Angela Pignatari), il vertice dell’istituto, Giovambattista Volini (Salomone Bevilacqua e Paolo Galante), legale rappresentante della ditta «Sesamo» che ha effettuato per un periodo il servizio di custodia, un dipendente prima della Sesamo e poi de La Ronda con mansioni di addetto alla custodia del caveau e alle operazioni di conta, Domenico Sodo (Giuseppe Nota e Grazia Antonio Romano), e altri quattro dipendenti dell’istituto di vigilanza che lo supportavano, Nicola Peloso (Paolo Galante), Fabio Bavuso (Gianluca Viggiani), Giovambattista Summa (Gianluca Viggiani) e Paolo Calabrone (Paolo Galante). La prima udienza è fissata per il 26 maggio prossimo.
Non saranno processati, invece, Antonio Palo (difeso da Francesco Fabrizio), Vincenzo Scocuzzo (Donatello Cimadomo), Pasquale Vignola (Paolo Sannino) e Michele Tamburrino (Salvatore Laguardia).

Secondo l’accusa il caveau con quei 7,2 milioni di euro era utilizzato come una sorta di bancomat. Nell’ipotesi di associazione a delinquere, Petrone e Volini sarebbero stati promotori e capi, mentre gli altri avrebbero eseguito le disposizioni da questi impartite facendo prelievi abusivi e alterando la documentazione in modo che tutto risultasse regolare.
Per i Pm sarebbero stati Sodo e Calabrone (che detenevano le combinazioni delle casseforti) con l’aiuto di Peloso, Bavuso e Summa, a prelevare materialmente i soldi.

Sempre secondo l’accusa, in caso di controllo da parte di uno o più istituti di credito, gli indagati erano stati incaricati di trasferire e riporre la quantità di denaro mancante prelevandolo dalla cassaforte di un’altra banca o istituto di credito non interessata da controlli «in modo da simulare e far figurare all’esterno un apparente integrità del deposito controllato». Ad essere danneggiati sono stati diversi istituti, dal Banco di Napoli alla Banca Popolare di Puglia e Basilicata, dal Monte Paschi di Siena alla Fidelis Spa, dalla Banca Popolare di Bari all’Iccrea, dall’Unicredit a Equitalia, da Bancapulia, alla Banca Popolare dell’Emilia Romagna, dalla Bnl alla Banca Popolare Pugliese e ancora la Carime e le Poste Italiane.

Ognuno di questi istituti, durante i controlli, trovava piene le proprie cassaforti. Il meccanismo si è inceppato quando è arrivata l’ispezione della Banca d’Italia. Tra i circa 29 milioni di euro custoditi è emerso che ne mancavano 7 e 200 milioni. E sono iniziati accertamenti e guai che hanno portato il caso davanti al Gip.
La scoperta dell’ammanco milionario dal caveau segnò l’esplosione di una crisi aziendale già latente, che ha tenuto con il fiato sospeso fino al 18 novembre scorso 301 lavoratori (poi scesi a 274 tra pensionamenti, mobilità volontaria incentivata e cambio di lavoro). In quella data, infatti, dopo una trattativa fiume, si è chiusa con l’acquisizione da parte della Cosmopol, una vertenza iniziata all’indomani della scoperta del «buco» nei conti, quando l’azienda è stata messa in amministrazione controllata ed affidata nelle mani di tre commissari per la liquidazione.
Due sono state le offerte presentate per l’acquisto de La Ronda: quella della Cosmopol (che aveva già rilevato il servizio di trasporto vaolri in provincia di Potenza) e quella della ditta La Torre. Delle due è stata giudicata migliore l’offerta della Cosmpol. Ma il 17 ottobre scorso l’assemblea dei lavoratori aveva rigettato a larga maggioranza la proposta di acquisto della ditta campana, per mancanza di garanzie salariali ed occupazionali. In particolare, la Cosmopol non prevedeva di assumere i dipendenti de La Ronda (di cui 77 dichiarati in esubero), con contratti ex novo, senza la tutela dell’articolo 18 e senza scatti di anzianità. I sindacati, a loro volta, presentavano una contro proposta che prevedeva la tutela dell’articolo 18 per tutti e il riconoscimento di uno o due scatti di anzianità, in proporzione a quelli effettivamente maturati.
Dopo una lunga ed estenuante trattativa, con la mediazione anche della Regione Basilicata, si è arrivati, il 17 novembre, alla firma dell’accordo, che prevede l’applicazione integrale dell’art. 18, il pagamento di una premialità pari ad uno scatto di anzianità.

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