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La fornace che non c’è più: «culla» dei mattoni di Potenza

La fornace che non c’è più: «culla» dei mattoni di Potenza

In via Cavour un pezzo di storia del capoluogo lucano

15 Aprile 2022

Luigia Ierace

POTENZA - Una volta i mattoni si facevano a mano. E della vecchia cava di argilla non rimane che il fronte sventrato a valle del centro storico di Potenza che si vede ancora dalla piazzetta nascosta dai nuovi fabbricati. Nella memoria collettiva per tutti è sempre rimasta l’ex Fornace Ierace, tranne che nella toponomastica che la vede intitolata a De Gasperi, una delle tante incongruenze delle amministrazioni che si sono succedute negli anni. E nonostante l’impegno assunto da oltre un decennio di intitolare quella piazza a Vincenzo Ierace, che tra il 1910 e il 1915, realizzò il primo nucleo storico della fornace in via Cavour, a Potenza, nulla ancora si è mosso. La fornace ha funzionato fino al 1985, anno in cui è stata chiusa per essere delocalizzata nella zona industriale di Tito Scalo, e demolita nel 2007.

Il capostipite La fornace con la ciminiera che si stagliava nel cielo azzurro per 36 metri dominava la città. Demolita nel 1991, è un ricordo che si ripete sul web e man mano si arricchisce di storie e di emozioni di chi ci ha lavorato, dei loro figli e di quanti hanno conosciuto la famiglia. Flash nella memoria come l’immagine possente del suo fondatore in cima alla vecchia cava di argilla seguendo l’orlo del precipizio, lungo il sentiero stretto e ripido, che porta sulla costa argillosa della “Mancosa d’Addone”. Tutti i giorni sempre lì, nonostante i richiami e le preoccupazioni della figlia Giuseppina e i consigli di Giovanni, il figlio medico. «Papà dovresti stare più attento alla tua salute». Passo lento ma sicuro, procedeva appoggiandosi al bastone. Camicia bianca, cravatta scura, panciotto da cui spuntava la catenella dell’orologio. Segni di un tempo che fu, come i cerchi sulla ciminiera che dall’alto al basso andavano a comporre una lettera dopo l’altra il nome della sua azienda: la fornace Ierace.

I suoi operai La fabbrica, gli essiccatoi, le “capannelle” con i filari di laterizi appena plasmati e pronti per l’essiccatura: mattoni, pieni e forati, tegole piane (le cosiddette “marsigliesi”) e coppi. Nel periodo del boom economico si arrivò fino a 120 lavoratori. È a loro che riserva le maggiori attenzioni, mentre mettono le mine, compito che spetta a Michelone, il capo degli addetti alla cava. E quando tutti si sono allontananti, le fa brillare per recuperare l’argilla che si stacca qua e là. Dall’alto della cava li segue con lo sguardo, mentre spingono a mano le carriole piene di laterizi dalla fornace al piazzale, all’altro lato della strada. «Un punto molto pericoloso da tenere d’occhio», anche se all’epoca non c’era ancora tanto traffico, ma che già lo preoccupava. «Ci vorrebbe una bretella quando il traffico aumenterà, l’ho segnalato alle autorità», ripeteva precorrendo i tempi al primogenito di nove figli: Francesco Paolo (Ciccio) come il nonno, fornaciao di Gioiosa Jonica che si trasferì a Grassano e poi a Potenza, nel 1870 per i lavori legati alla ferrovia Metaponto-Potenza e per i mattoni delle gallerie. Nel 1888 nasce Vincenzo.

Diecimila lire Comincia un nuovo secolo, il Novecento, il mercato dei laterizi sta cambiando. Gli bastano 10 mila lire e la fiducia del padre per avviare l’attività. Acquista dal dott. Orazio Gavioli il terreno tra via Cavour e l’attuale via Carlo Bo, dove sorgerà la fornace, un impianto più moderno e con macchinari al passo con i tempi e le nuove produzioni.
il fuochista «Uno dei miei ricordi più belli legati a quel luogo - ricorda Carlo Napoli sul web - è quando da ragazzo andavo a fare compagnia al fuochista nella fornace. Era così affascinante guardare il suo lavoro. C’erano bocchettoni rotondi per il carbone che era quasi in polvere e bocchettoni quadrati che erano invece per la legna. La bravura stava nel riconoscere il momento giusto in cui i bocchettoni dovevano essere alimentati con l’uno o con l’altro. Era una sorta di “magia” governare il fuoco e sfruttarne la potenza! Quella fornace l’ho proprio girata tutta: ero un ragazzo molto curioso, mi piaceva vedere come venivano fabbricati i mattoni e come si posizionavano nei forni».

Primo borgo operaio Negli anni la fornace veniva ammodernata. I primi capannoni in laterizi e legno, un nuovo forno Hoffmann in forma circolare tra il 1930-40 e ancora negli anni Cinquanta con un forno ancora più moderno, l’ampliamento della linea produttiva e il primo essiccatoio che consentiva di lavorare tutto l’anno. Altre innovazioni negli anni Settanta con le prime tegole firmate. Non solo lavoro, ma anche servizi e alloggi nel primo borgo operaio della città a rione San Rocco a ridosso della fabbrica. Una sfilza di cummar’ e cumpar’ abitavano vicino alla casa del “padrone”: Otello, Rusina, Carmelina, Filomena, Minella. E durante i bombardamenti del settembre del 1943, tanti potentini hanno trovato rifugio nelle gallerie scavate nella collina. Donna Luigia, la moglie di don Vincenzo non faceva mancare aiuto e viveri, animata da una fede profonda. E secondo un’antica tradizione ogni anno il vescovo celebrava la messa nei capannoni, accanto alla nicchia di Sant’Antonio, vicino al forno.

Mons. Bertazzoni È un anno particolare il 1960. Donna Luigia è appena scomparsa. Il marito e i figli portano la cravatta nera e la striscia del lutto ma Mons. Augusto Bertazzoni legato loro da un’antica amicizia, celebrerà come sempre la messa in mezzo ai lavoratori. E continuerà a farlo anche mons. Aurelio Sorrentino. Quanti ricordi scorrono lungo la strada che porta a San Rocco. Le marachelle del figlio Umberto, il penultimo, quando si attardava a rientrare. E il vociare di una schiera di nipoti, che pur intimoriti dall’aspetto austero del nonno, continueranno a correre tra le “capannelle” giocando a nascondino o acchiapperello tra i mattoni, mentre i più grandi si facevano beffa dei più piccoli intimoriti dai pipistrelli e dal cunicolo dove «non si deve andare perché c’è il Monaciello». E a casa li aspettano “lancette di zucchero” e panino con la mortadella.

L’argilla da plasmare La plastilina per loro è l’argilla fresca, la portano in classe e orgogliosi raccontano ai compagni come si fanno i mattoni dopo che zio Enrico li ha ben edotti sul procedimento, sulla cottura, sui forni, sulla sicurezza. Poi tutti pronti a salire sul “galletto”, la moto di zio Vittorio. Mentre zio Angelo ti sorprende alle spalle ed emette quel verso irripetibile sfiorandoti il polpaccio. L’ha lasciata così, a 83 anni, la vecchia fabbrica, la ciminiera. I suoi operai, la bara in spalla, le corone di fiori: c’è tutta la città dietro quel lungo corteo a piedi dalla fornace fino a San Rocco. «Scompare con lui un uomo d’altri tempi, un imprenditore onesto stimato e benvoluto soprattutto dai suoi collaboratori per i quali egli era, prima che datore di lavoro, maestro padre e benefattore». Si legge così sulle colonne del “Tempo” del 23 febbraio 1971.

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