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L'INTERVISTA

Potenza, «Per uscire dalla crisi serve la verità»: la Chiesa suona la sveglia alla Basilicata

Mons. Orofino sferza politica e società. «Abbiamo un deficit di partecipazione»

«Per uscire dalla crisi serve la verità»

La Chiesa suona la sveglia alla Basilicata. Lo fa monsignor Vincenzo Orofino, vicepresidente della Conferenza episcopale di Basilicata, reduce dal dialogo sull'Italia nella ripartenza post Covid fatto col cardinale Matteo Maria Zuppi alla festa nazionale di Avvenire che si è tenuta a Maratea. E il vescovo di una delle aree più fragili della Basilicata, quella di Tursi-Lagonegro, parla senza fare sconti a nessuno, dalla Politica alla stessa Chiesa, e chiamando a responsabilità tutti e ciascuno per denunciare il rischio che non venga compreso il momento e si vada avanti come se nulla fosse ignorando quell'esercito degli “ultimi” che si ingrossa sempre più.

Monsignore, questa ripartenza sembra ostaggio di confusione e di paura. Come se ne esce?

“Innanzitutto dicendo tutta la verità al Paese, non nascondendo niente, non fingendo, ma presentando la realtà qual è. In questo momento è bene che il popolo abbia la chiara percezione che siamo in un momento delicato, in cui ognuno deve assumersi la responsabilità, guardarsi dentro, guardarsi attorno: dentro per trovare i valori essenziali della propria esistenza messi in forse dalla pandemia, intorno per costruire relazioni positive su cui fondare la ripartenza; ognuno deve prendere nelle proprie mani il destino della propria vita e anche della comunità. E in questo processo chi ha un compito di guida deve aiutare il popolo a essere protagonista, a guardare la realtà con senso di responsabilità. Trattare il popolo da adulto: non siamo bambini, siamo responsabili ed è così che devono trattarci”

E questo processo che indica sta avvenendo?

“Secondo me no. Vari Stati, sono fatti noti, all'inizio della pandemia hanno taciuto realtà. E a livello italiano, all'inizio siamo stati presi dalla paura, poi ci siamo sforzati di fare i solidali e mostrare che potevamo resistere, poi sono stati fatti anche una serie di errori con conseguenze nefaste. E anche ora stanno facendo capire che ci sono soldi per tutti e per tutte le cose mentre la realtà è fatta di persone che letteralmente non hanno di che mangiare. E mentre ci viene prospettata questa realtà le persone hanno paura, sono sole, hanno bisogno di essere accompagnate in questo mondo cambiato ma non trovano nessuno. L'azione di tanti parroci, nei mesi scorsi, è andata in questa direzione. Oltre all'assistenza materiale della Caritas, c'è un'opera di accompagnamento di sui si sono fatti carico i sacerdoti mentre lo Stato non ha messo nemmeno uno psicologo. C'è stata l'assolutizzazione dello “scientismo”, ma le persone non sono fatte di solo cellule e così abbiamo curato il corpo ma non le persone; speriamo che si possa rimediare”.

E per quanto riguarda la Basilicata vede differenze rispetto al contesto nazionale?

“La Basilicata purtroppo vive in un contesto bloccato culturalmente e socialmente. Cambiano i capi ma purtroppo non cambia il contesto sociale, In questa regione da oltre 80 anni c'è un deficit di partecipazione democratica alla costruzione sociale e questa assenza ha una sua declinazione in questo assistenzialismo continuo, offerto dalle istituzioni e reclamato dal popolo, ma che non ci porta da nessuna parte. Occorre risvegliare il protagonismo culturale del popolo lucano che ha bisogno di mettere al centro la propria inventiva a e il proprio protagonismo per ripartire, di svegliarsi dal torpore sociale in cui viviamo. C'è, invece, un sistema sociale che ha bloccato il dinamismo programmatico e anche il dialogo e così la partecipazione alla costruzione della casa comune è veramente scarsa”.

In questo la Crisi Covid può essere occasione di riscatto di questa terra...

“E non solo per la Basilicata ma per l'Italia intera. Diventare protagonisti della vita propria e della comunità. E devo dire che qualche segnale di risveglio c'è anche. La questione petrolio, ad esempio, deve interrogare la comunità. Non possiamo subire e abbassare lo sguardo solo per qualche posto di lavoro, bisogna avere un un'idea progettuale. Questa crisi deve interrogarci profondamente: non so se dopo saremo migliori o peggiori, ma dobbiamo svegliarci. Le crisi, anche quando si tocca il fondo, hanno un aspetto positivo: dalla ferita nel corpo sociale partono gli anticorpi, le difese; noi dobbiamo ricostruire partendo da questa crisi”.

Ma nel percorso che indica vede elementi preoccupanti e sintomi che indicano che la strada presa non è quella giusta?

“I sintomi che mi preoccupano di più sono quelli che arrivano dal mondo politico che continua a ragionare e programmare, se di programmazione si può parlare, come se nulla fosse accaduto, nel senso la pandemia viene vista come un incidente passato il quale si può continuare a ragionare come prima con schemi e temi vecchi, per cui, ad esempio, prima c'è stato il dominio della scienza e ora c'è quello dell'economia. Occorre una svolta culturale. Ho timore che i nostri capi, a livello regionale ma anche nazionale, non siano in grado di recepire questa esigenza e indicare un percorso virtuoso che metta insieme cultura ecologica, economica, accoglienza, solidarietà, sviluppo e quant'altro. Si litiga per immigrati, cassa integrazione, numero dei parlamentari. Nel frattempo le persone sono morte, senza lavoro, sfiancate, impaurite. I capi ragionano come nulla fosse accaduto e se capita qualche risultato positivo gareggiano solo ad attribuirsene il merito; è il sintomo di una decadenza ideale ma anche politica e a fronte di questo quadro l'auspicio è che possa svegliarsi la società civile e che da questa società emerga qualche forza culturale in grado di dare speranza”.

E la Chiesa in questo che può fare?

“In questo contesto è ugualmente preoccupante una specie di assopimento del protagonismo ecclesiale. In questo tempo abbiamo assistito a un'irrilevanza sociale della Chiesa. Anche la Chiesa deve svegliarsi. Deve riprendere il cammino dal Vangelo, da Gesù Cristo, dall'essenziale. Solo ripartendo dalle origini la Chiesa può riconquistare un protagonismo culturale e sociale che consenta di incidere positivamente e sensibilmente nel presente. La Chiesa ha bisogno di essere profetica ma con un profetismo evangelico e sociale. Fermo restando che, specialmente in Basilicata, il nostro popolo ancora guarda con simpatia, fiducia e speranza l'opera della Caritas e dei sacerdoti e degli operatori pastorali. Ovviamente il mio giudizio, abbastanza severo, non esclude elementi positivi già presenti e porta a guardare al futuro con una grande speranza che sta proprio nella capacità dell'uomo di rigenerarsi, di pensare al suo futuro, di costruire spazi di vita bella e buona. Cioè la crisi non annulla la grandezza dell'uomo, ma l'uomo deve ripartire dalla crisi con la certezza che deve essere il protagonista dello sviluppo integrale e complessivo della società. L'uomo al centro, protagonista, ma concepito come creatura e non dio di se stesso. Occorre ripartire dai bisogni concreti delle persone, dal loro slancio ideale e dalla loro intangibile, originaria e immensa dignità”.

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