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In Puglia e Basilicata

Responsabili: pesticidi e discariche

17 Marzo 2017

LECCE - Fumi industriali, discariche, pesticidi. Il cancro non è una punizione divina. «E’ dato ormai acquisito che il 90 per cento dei casi di tumore è dovuto alla presenza nell’ambiente, inteso in senso lato, di fattori di rischio oncologico», spiegano da Lilt, per cui «è evidente come in questi ultimi decenni, in provincia di Lecce, debbano essersi verificate significative modificazioni nell’ambiente (e nelle stesse abitudini di vita), tali da spiegare un incremento della mortalità, che, in alcuni casi, supera il dato nazionale».
Molto spesso, quasi sempre, la popolazione paga in termini sanitari il prezzo che molte aziende risparmiano sugli adeguamenti e controlli ambientali. Lo aveva detto lo scorso anno anche l’allora direttore di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, durante la presentazione del primo Report Ambiente e Salute della provincia di Lecce: «Non basta il rispetto dei limiti ambientali, bisogna violare questo tabù e coniugare quei dati con quelli sanitari, per poter capire cosa sta accadendo».
I numeri dei decessi aggiornati al 2014 fanno il paio con quelli, un po’ più datati, del Registro tumori: 4.129 nuovi casi all’anno. Cioè, ogni leccese ha una probabilità di contrarre il cancro pari al 26,5 per cento.

Ci si ammala e si muore a norma di legge: nella Puglia meridionale – e non altrove in regione né nel Mezzogiorno – è come se si vivesse continuamente esposti al traffico di una grande città. Tutto l’anno. E dappertutto, non solo nelle aree urbane. È quanto hanno dimostrato le mappe di Arpa relative alla concentrazione media annuale di Pm10 e Pm2.5, cancerogeni certi per l’uomo, prodotti principali della combustione del carbone, come quello bruciato nell’acciaieria Ilva di Taranto e nella centrale Enel Federico II di Brindisi. È vero che si tratta di valori sotto la soglia stabilita dalle norme itlaiane, ma comunque superiori a quella fissata dall’Organizzazione mondiale della sanità come limite oltre il quale si provocano danni sanitari.
L’essere a sud rispetto alle grandi aree industriali brindisina e tarantina è elemento essenziale per capire cosa accade alla popolazione salentina esposta ai venti dominanti da nord. Ma non è l’unico punto. Serravezza lo ripete spesso: oltre a Cerano, ci sono i “cerini”. L’Istituto superiore di sanità ha ricostruito l’esistenza di un cluster di 15 comuni in cui ci si ammala di più di tumore al polmone, tutti collocati nel Salento centrale, attorno a Galatina, che ha il sito industriale più importante della provincia e al momento monitorato in maniera decisamente blanda.

Ad appesantire il carico ci sono i rifiuti. Siamo terra di rifiuti: quelli smaltiti in discariche – anche quelle, pure stavolta, a norma di legge – chiuse e mai bonificate; quelli industriali sepolti nelle cave, illegalmente, e che iniziano ad emergere; quelli gettati lungo i tratturi di campagna, pericolosi e non. C’è una filiera di responsabilità che coinvolge tutti: dai semplici cittadini agli imprenditori fino agli amministratori che hanno visto e taciuto o non hanno visto e nemmeno controllato.
Poi, ci sono i pesticidi, ancora abusati in agricoltura: la Puglia è la quarta regione d’Italia per impiego di fitofarmaci.
«Quando s’insinuano nel nostro corpo sostanze cancerogene, come le diossine, i Pcb e i metalli pesanti, queste vanno a interferire con il nostro patrimonio genetico, attraverso meccanismi di tipo epigenetico di alternata trascrizione dell’informazione contenuta nel Dna. In questo modo, esse danno luogo a una serie di malattie caratteristiche della nostra società: il cancro, il diabete, l’infertilità, etc». E’ di questo che Lilt parla nel nuovo numero del suo mensile. [t.c.]

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