Sabato 15 Dicembre 2018 | 09:44

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Quello dell'uccisione di Simonetta Cesaroni a Roma è un "giallo" irrisolto da ormai 15 anni

ROMA - Sono trascorsi quasi 15 anni da quel 7 agosto 1990, quando in via Poma, a Roma, venne uccisa Simonetta Cesaroni. Al governo c'era Giulio Andreotti. Da pochi giorni Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait. Sembrano eventi di un secolo fa. Eppure, l'assassino di Simonetta Cesaroni è ancora sconosciuto e il giallo resta irrisolto. Anche se gli investigatori non si arrendono. Ecco i protagonisti e i passaggi di un caso giudiziario divenuto uno dei tanti misteri italiani, che oggi, forse, potrebbe essere a una nuova svolta.

ARMA DEL DELITTO
Non si è mai accertato cosa abbia ucciso la Cesaroni. L'ipotesi più probabile sembra essere quella di un tagliacarte trovato nell'appartamento che, però, non fu analizzato subito.

BORSA
Quella di Simonetta non si trova più. Portata via dall'assassino. Forse per depistare gli inquirenti.

COMPUTER
Secondo alcuni il segreto del delitto è custodito nel computer a cui lavorava Simonetta. Ma la perizia informatica disposta dal giudice nel 1990 si è rivelata infruttuosa. Si cercavano riferimenti ad una password misteriosa, la cui presenza avrebbe spostato indietro di due ore l'ora dell'omicidio, rivoluzionando tutte le ipotesi. Ma gli accumulatori del pc si erano scaricati e tutti gli interruttori erano su "on". Impossibile stabilire a quali documenti stesse lavorando Simonetta .

DELITTO
È il 7 agosto 1990. Simonetta Cesaroni sta lavorando negli uffici dell'Associazione italiana alberghi della gioventù, in via Carlo Poma 2, nel quartiere Prati di Roma. È da sola, come sempre. Svolge infatti quel lavoro durante l'orario di chiusura al pubblico. Simonetta muore (lo accerterà l'autopsia) tra le 17,30 e le 18,30. Il suo corpo è ritrovato intorno alle 23,30 da Paola, sorella di Simonetta , che preoccupata, per l'orario, si reca nell'ufficio insieme al fidanzato Salvatore Baroni e al datore di lavoro si Simonetta, Salvatore Volponi.
La ragazza viene trovata in una pozza di sangue. Ha subìto 29 coltellate. Sono profonde tutte circa 11 centimetri. Alcune sono mirate al cuore, alla giugulare e alla carotide. Ma ad uccidere Simonetta è un trauma alla testa. È ipotizzabile che le coltellate siano state inferte sul corpo morto per depistare le indagini.
Simonetta è seminuda ma non ha subito violenza sessuale. L'assassino si è portato via pantaloni, slip, maglia a righe. Il corpo è rimasto coperto solo dalla canottiera di seta. Il reggiseno è arrotolato sul collo. Ai piedi sono rimaste delle calzette bianche.
Simonetta sarebbe stata immobilizzata dopo aver lottato per tutta la casa. Due ginocchia molto forti l'avrebbero tenuta prona sul pavimento, come dimostrano due forti ecchimosi all'altezza dei fianchi. Sulla porta non ci sono segni di scasso. O Simonetta ha aperto all'assassino o questi aveva le chiavi.

ENIGMA
Nella stanza del delitto viene trovato un foglio con un pupazzetto e una scritta indecifrabile: «Ce dead ok».

FEDERICO VALLE
È tirato in ballo da Roland Voller. Il tedesco rivela alla Polizia che il ragazzo (21 anni nel 1990) era in via Poma all'ora del delitto e quella sera sarebbe tornato a casa con un braccio sanguinante per una ferita. Il sospetto è che abbia ucciso Simonetta perché la ragazza era l'amante del padre Raniero. Valle sarebbe l'assassino e Vanacore il favoreggiatore che pulisce l'appartamento dopo il delitto e si impossessa degli indumenti per simulare una rapina. Ma il sangue di Federico Valle non corrisponde a quello ritrovato su una porta. Si ipotizza allora che questo sia frutto di una commistione del sangue di Valle e di quella della Cesaroni. Ma l'ipotesi non trova alcun supporto scientifico. Sulle braccia di Valle viene riscontrata una formazione cutanea di cinque centimetri: nessuna cicatrice che possa far pensare a ferite da arma da taglio. Oggi Federico fa l'attore negli Stati Uniti.

GIUDICI
Il 16 giugno 1993 il giudice Antonio Cappiello dichiara l'improcedibilità nei confronti di Valle e Vanacore. Non perché li ritenga innocenti, ma perché rivela la mancanza assoluta di prove.

INDAGINI
Tre giorni dopo il delitto viene arrestato Pietro Vanacore, il portiere dello stabile, ritenuto reticente dagli inquirenti. È l'ultima persona ad aver visto Simonetta viva. Si è contraddetto durante gli interrogatori riguardo alcuni vasi che avrebbe annaffiato nell'ora del delitto. Sui suoi pantaloni vengono rinvenute due piccole macchie di sangue. Possiede, inoltre, le chiavi dell'ufficio dove lavora Simonetta. L'ipotesi è che Vanacore abbia tentato di violentare la ragazza e poi l'abbia uccisa. Le perizie scientifiche smontano la tesi. Il sangue sui pantaloni del portiere è dello stesso Vanacore. Il Tribunale della libertà lo rimanda a casa dopo venti giorni.

IZZO LUIGI
È la seconda tappa delle indagini. Viene tirato in ballo l'architetto Luigi Izzo, proprietario di un appartamento in via Poma , all'epoca del delitto in vacanza all'Argentario. Un suo collaboratore sarebbe complice di Vanacore. La Polizia mette i sigilli alla sua abitazione e sequestra un asciugamano (sporco di sangue?). La pista viene poi abbandonata.

LUOGO DEL DELITTO
Gli inquilini del grande condominio non hanno sentito grida o rumori sospetti nel corso del pomeriggio. Nell'appartamento del delitto non ci sono né schizzi né macchie di sangue. L'ufficio è pulito. L'assassino ha asciugato il sangue con degli stracci accuratamente sciacquati, strizzati e rimessi a posto in bagno. Le scarpe di Simonetta sono state slacciate, schiacciate e disposte sul pavimento in un angolo. Un tagliacarte è stato ripulito e infilato al suo posto su una scrivania. La porta dell'ufficio è chiusa a chiave con quattro mandate.

MOSCATELLI RENATA
Sei anni prima dell'uccisione di Simonetta, nello stesso condominio di via Poma 2, venne ritrovato il corpo senza vita di un'anziana, soffocata con un cuscino. A scoprire il cadavere fu sua sorella, Adriana Moscatelli: entrò in casa con l'aiuto del fabbro visto che Renata non veniva ad aprire. Un omicidio, anche quello, che rimase irrisolto: l'assassino non portò via nulla e non lasciò segni che potessero far pensare a un maniaco.

PIETRINO VANACORE
Diventa il "mostro" tre giorni dopo l'omicidio. Sarebbe stato da tempo innamorato di Simonetta. Respinto, l'avrebbe aggredita e uccisa. Si fa venti giorni di carcere, ma poi viene rimesso in libertà. Passano due anni e rientra nel fattaccio, indiziato di favoreggiamento nei confronti di Federico Valle. Quando cade anche questa ipotesi, si trasferisce a Monacizzo, nel golfo di Taranto.

SIMONETTA CESARONI
È una bella ragazza di 21 anni. Figlia di un dipendente dell'Acotral, quello del delitto era l'ultimo giorno di lavoro in via Poma. Simonetta era infatti dipendente della Reli Sas di via Maggi al Casilino, ma il suo datore di lavoro, Salvatore Volponi, l'aveva "prestata" per un lavoro al computer all'associazione di via Poma . Lavorava lì il martedì e il giovedì pomeriggio.

TELEFONATA
Alle 17,30 Simonetta parla per telefono con la sua amica Daniela. È l'ultima persona a sentirla. Nel 1996 i Cesaroni fanno istanza di riapertura delle indagini contro ignoti. La richiesta venne accolta e vengono interrogati tutti i vecchi personaggi.

VOLLER ROLAND
Entra in scena l'11 marzo 1992. Commerciante tedesco, rivela particolari che portano il magistrato a spiccare un avviso di garanzia nei confronti di Federico Valle, nipote dell'architetto Cesare, abitante nel palazzo del delitto.

CLAUDIO CESARONI
È il 19 ottobre 2002 quando Claudio Cesaroni, padre di Simonetta, in una lettera all'allora ministro della Giustizia Piero Fassino chiede l'archiviazione dell'inchiesta giudiziaria sull'omicidio della figlia Simonetta Cesaroni e un'ispezione amministrativa «perché in tutto il procedimento ci sono stati errori, omissioni e depistaggi che devono essere scoperti e chiariti».
In una lettera inviata al Guardasigilli, Cesaroni dice di essere ormai «sfiduciato per la mancanza di volontà da parte della magistratura e della Polizia di trovare l'assassino, che è rimasto così ancora sconosciuto e libero di circolare» tanto da chiedere l'archiviazione del procedimento, ma non rassegnato.
Motivando la sua iniziativa, Cesaroni afferma che dopo l'«ennesimo fallimento degli investigatori a distanza di oltre dieci anni dal delitto» ritiene che sia necessaria un'ispezione amministrativa «sugli atti del processo diretta ad accertare in primo luogo se siano state svolte le necessarie attività per impedire la distruzione delle tracce di sangue trovate nell'appartamento» in cui fu scoperto il cadavere, ma «anche come mai molte di quelle tracce non erano state trovate dagli investigatori, ma segnalate da altre persone».
Secondo Cesaroni, «l'indagine amministrativa dovrebbe anche chiarire perché non siano stati fatti esami del Dna su alcune persone». E ancora, il padre di Simonetta ritiene che ci siano «altri gravi errori che il ministero dovrebbe approfondire come quello di avere impedito da parte del giudice prima l'esame «per accertare se alcune tracce ematiche trovate erano il frutto di sangue commisto di due persone e «poi l'esame istologico sul braccio di Federico Valle».
Nella lettera, Cesaroni chiede di sapere come mai «gli investigatori non abbiano mai svolto alcuna attività di indagine in proprio, ma solo dopo l'indicazione mia e del mio legale o da parte di altre persone, come quella del cittadino austriaco Roland Voller». «Confido - conclude Cesaroni - che venga svolta un'accurata indagine amministrativa per ottenere almeno la soddisfazione di sapere perché non si è saputo o non si è voluto scoprire l'assassino di mia figlia».
«Non mi pronuncio su una richiesta di attività di indagine amministrativa formulata al ministro, posso solo dire che gli accertamenti sono stati fatti integralmente da capo proprio per verificare se ci fossero spazi per l'acquisizione di elementi nuovi e diversi rispetto a quelli del primo procedimento», replica il Pm Settembrino Nebbioso che comincia a occuparsi del caso, all'epoca affidato al Pm Pietro Catalani, dopo la decisione del giudice per le indagini preliminari Antonio Cappiello del 1993 di prosciogliere Federico Valle dall'accusa di omicidio volontario e Pietrino Vanacore da quella di favoreggiamento. Nel 1995, su sollecitazione dello stesso Cesaroni, Nebbioso aveva avviato una nuova serie di accertamenti.

GIUGNO 2004
Dopo 14 anni gli investigatori tornano sul luogo del delitto. A entrare in scena sono i superesperti dell'Arma dei Carabinieri che, forti delle tecnologie all'avanguardia, provano a ricostruire la scena dove la ragazza venne uccisa con 29 coltellate e a rileggere i dati sulle macchie di sangue e sui computer.
Diverse circostanze, infatti, fanno pensare che l'autore dell'omicidio avesse qualche relazione con l'ufficio, altrimenti non si sarebbe preoccupato di rimettere in ordine l'appartamento, cercare di eliminare le tracce di sangue più evidenti, far sparire i vestiti di Simonetta e chiudere la porta a chiave (con le proprie chiave o con quelle della vittima, mai ritrovate).
Ritorna la possibilità di un delitto a sfondo passionale e diventa attuale un particolare riferito, all'epoca, agli investigatori, dalla moglie del portiere dell'edificio che disse di aver visto uscire intorno alle 19 di martedì 7 agosto una persona da un appartamento al piano terra. Inoltre, sembrano riprendere importanza i tabulati telefonici, le ultime chiamate ricevute dalla vittima.

OTTOBRE 2004
Gli amici di Simonetta Cesaroni e altri testimoni ascoltati dai Carabinieri per ordine del Pubblico ministero Roberto Cavallone. Al centro delle nuove indagini, c'è la presunta relazione che la giovane avrebbe avuto, secondo quanto dichiarato al magistrato dal suo ex datore di lavoro Salvatore Volponi, e la possibilità che questa persona, al momento completamente sconosciuta, possa essere responsabile del delitto.
A rivelare a Volponi l'esistenza di questa persona è stata una nipote dello stesso Volponi, che con la Cesaroni lavorava in via Maggi nella sede di una società, la Reli sas, appartenente allo stesso Volponi. Intanto si fa sentire la famiglia Cesaroni tramite l'avvocato Lucio Molinaro, che da sempre si è occupato degli sviluppi dell'inchiesta. È stato lui a precisare che la Cesaroni era ancora legata, anche se non ricambiata, all'ex fidanzato Ranieri Brusca, più volte ascoltato dagli investigatori durante i lunghi anni dell'inchiesta. Una svolta comunque potrebbe venire dall'esito delle indagini che il Ris sta svolgendo sulla macchia che si presume di sangue trovata nel lavatoio del palazzo di via Poma.
Il 24 ottobre vengono ritrovati in un armadio dell'obitorio dal medico legale e criminologo Ozrem Carella Prada, incaricato all'epoca di compiere le perizie, gli indumenti che Simonetta Cesaroni indossava quando il suo corpo venne scoperto nell'ufficio di via Poma, un reggiseno e una gonnellina a fiori. Con questo nuovo ritrovamento dei vestiti, che la stessa Procura aveva cercato senza esito, si crea un nuovo clima di attesa e di fiducia affinché le indagini della Procura di Roma, condotte dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e dal Pm Robero Cavallone possano arrivare ad una svolta.
Una serie di reperti già sequestrati all'epoca del delitto tornano all'esame del colonnello Luciano Garofano, comandante del Ris, ma in questa occasione in veste di consulente della Procura della repubblica di Roma. Saranno sottoposti ad accertamenti per rilevare il Dna da usare poi per le indagini che la Procura di Roma e in particolare il Pm Roberto Cavallone, stanno svolgendo per cercare di identificare il responsabile della morte della Cesaroni. Tra i reperti una tazzina, un bicchiere, un mozzicone di sigaretta e altri oggetti. Consegnati, inoltre gli indumenti intimi, un reggiseno, un corpetto e un paio di calzini che erano ancora indosso al cadavere.
Oggi, le prime indiscrezioni sui nuovi accertamenti. Gli esperti dei Carabinieri del Ris, incaricati dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e dal pm Roberto Cavallone di effettuare nuovi accertamenti sui vecchi reperti, grazie a sofisticate apparecchiature, sarebbero riusciti a isolare una traccia genetica maschile. Probabilmente il Dna dell'assassino.
Sugli oggetti dimenticati, perduti negli archivi o già riconsegnati alla famiglia, sono state cercate piccole tracce di sangue e residui di sudore o di saliva. E, a distanza di 15 anni dal delitto, sarebbero ora state ritrovate. I Carabinieri del Ris non hanno ancora consegnato la relazione in Procura, ma l'esito degli accertamenti dovrebbe arrivare sulla scrivania dei magistrati entro fine mese.

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