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Money! Se i soldi (non) fanno la felicità

Il nuovo libro di Andrea Kerbaker: La Nave di Teseo pubblica una storia dei nostri tempi

Money! Se i soldi (non) fanno la felicità

Cosa può legare un tappezziere dalla vita tranquilla ad uno spregiudicato antiquario? I soldi, l’idolo infinito del denaro. Ma ora c’ è anche un romanzo a legare questi due personaggi apparentemente distanti: è Money di Andrea Kerbaker, pubblicato da La nave di Teseo (collana le Onde, pp. 112, euro 13), con un viaggio che comincia nella «noia» della provincia e man mano, pagina dopo pagina, ci trascina in un vortice che sa di banconote ma soprattutto di umanità.
I due protagonisti sono appunto il tappezziere Roberto, che passa dalla «povertà» con timidezza ad una strana audacia, e l’antiquario Vincenzo, nebuloso e spaccone, un affarista che ha a sua volta una dimensione provinciale, ma che tirerà fuori l’anima nascosta di Roberto, quasi come fosse quel «ripieno» di una poltrona da riparare o da svuotare e compromettere per sempre. I due s’impegneranno in un piano sul quale non diremo di più, per non togliere piacere alla lettura di questo romanzo che dice molto più di quanto possa sembrare.

Kerbaker, da dove nasce il filo di questa narrazione? C'entra la pandemia?

«No, nulla a che vedere con la pandemia: l’ideazione del libro risale a poco prima, e a marzo dell’anno scorso la stesura era già stata completata. Del resto era un’idea che perseguivo da tempo: ambientare una storia nella provincia, con i suoi vezzi, le caratteristiche e le debolezze, miniera infinita di racconti e narrazioni, anche orali. Ma non volevo che fosse qualcosa di moralistico e magari serioso, per carità; piuttosto, una sorta di commedia allegra in cui personaggi più o meno consapevoli si muovono sullo sfondo di vicende più grandi di loro. Ecco, mi piacerebbe che ai lettori rimanesse in bocca il retrogusto un po’ malinconico delle storie pasticciate che avvolgono un protagonista incapace di districarsi».

Soldi: se per Tolstoj sono sinonimo di schiavitù... per i personaggi del libro?

«Tolstoj era un aristocratico possidente, che poteva permettersi il distacco superiore dal denaro che hanno molti idealisti nati nelle sue condizioni; per il resto del mondo raramente è così. Certamente non lo è per i personaggi di “Money”, che di soldi in tasca ne hanno sempre avuti pochini (e Tolstoj non sanno neanche chi fosse), e pensano che il denaro sia una magnifica iniezione di sicurezza per medicare le ferite delle loro insoddisfazioni e incertezze. Però est modus in rebus, o per lo meno dovrebbe esserci. Invece loro perdono l’equilibrio».

La sua attenzione a questi fenomeni, come avvenuto per «Celebrity» a quale curiosità risponde?

«Mi piace esplorare il grande vuoto di valori della contemporaneità; una carenza grave, che rappresenta un problema in ogni tempo, ma si fa sentire maggiormente quando, come ora, le condizioni esterne sono meno favorevoli. In questi frangenti le persone più corazzate, attingendo a cultura, preparazione, esperienze personali e magari di famiglia, riescono più o meno a supplire; i più fragili operano invece una sostituzione dei valori fondanti con quelli più basici – in primis appunto la notorietà, il denaro – pensando che in loro si possa trovare la soluzione a ogni infelicità e insoddisfazione. Non occorre essere Andy Warhol per sapere che non è così».

Il denaro e il nostro mondo, l'Europa e noi italiani. È un rapporto malato?

«Di sicuro c’è più di qualcosa che non va. I modelli dominanti tendono sempre di più a giudicare le persone non per la qualità di quello che fanno, ma per il denaro che riescono a ottenere facendolo. E’ un’equazione semplicistica, senza nessuna domanda ulteriore: se qualcuno viene retribuito in un certo modo, la cosa è certamente giusta e giustificabile. E questo sia che si tratti di un manager di punta, di uno sportivo o di qualunque altra professione. Pur non essendo un nostalgico della contestazione, mi meraviglio e dispiaccio che nessuno si scandalizzi più per cifre che dovrebbero far reagire chiunque per l’enorme livello di ingiustizia che contribuiscono a creare. Macché; anzi, il più grande Paese dell’Occidente che cinque anni fa su questa onnipotenza del denaro ha eletto il suo Presidente».

Infine una curiosità: il tappezziere... icona di un artigianato in crisi?

«Purtroppo. L’epoca della globalizzazione, degli oggetti tutti uguali a basso prezzo, ha comportato un inevitabile affanno per le botteghe artigiane. Ci sono però almeno due vie d’uscita: da un lato la tradizione del lavoro individuale rinasce con un modello diverso nelle marche che negli ultimi cinquant’anni hanno fatto unico il nostro design nel mondo – la bottega si è trasformata in pezzo di un’industria che sa stare bene anche nei mercati contemporanei. Dall’altro c’è l’innesto delle culture straniere. È accaduto per esempio a Cremona, nel mondo dei liutai, eredi di una tradizione che risale a secoli fa. Qualche decennio or sono stavano per scomparire, quando in città hanno avuto l’intuizione di aprire le porte ad artigiani di origine straniera. La professione è rinata, e oggi prospera con cognomi inequivocabilmente non italiani che hanno sostituito i nostri Amati, eccetera».

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