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Aveva 79 anni e cercava nell'arte le risposte

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Se Beppe non fosse appartenuto alla disgraziata e dimenticata generazione compresa tra i 65 e i 79 anni, forse un vaccino lo terrebbe ancora qui, tra noi. Ma anche nella scelta del sopravvivere, un artista viene per ultimo. Perché il nostro tempo lo ritiene inutile custode della solitudine e del silenzio.
«Sono forse il primo scultore occidentale – scherzava Beppe con la sua abituale bonomia riferendosi a un’ importante mostra nella Moschea Alì Pascià di Gioanina - a presentare in una moschea un’opera di intonazione marxista e decadente».
Ora mi torna quel sorriso dolce e affettuoso, i suoi capelli tagliati da una riga centrale alla Oscar Wilde, mentre andavamo verso Matera a trovare Ginetto Guerricchio, caro amico e maestro. O fuggendo con qualche ritardo verso una delle collettive che mettevano insieme il corollario degli amici, Iginio Iurilli, Lino Sivilli, Beppe Sylos Labini, Michele Damiani, Gianna Maggiulli.
Se Guerricchio era nel sogno del realismo magico, Labianca era nell’ incubo di un realismo crudo. Un realismo venato di malinconia esistenziale, di mille interrogativi sulle ragioni della nostra presenza qui e ora. Tutto nato forse dalla frequentazione costante della Grecia, il Paese da dove proveniva la sua cara Sofia, una terra che ha ispirato un metafisico come Giorgio De Chirico, un onirico come Alberto Savinio, un epico come Igor Mitoraj. Negli anni Settanta e Ottanta, Beppe ha attraversato la «Nuova Maniera Italiana» nel segno dell’inquietudine caravaggesca, ha raffigurato la solitudine dell’età che viviamo, il nostro essere foglie al vento, grani di sabbia nel deserto della vita. Lo ricordo vicino alle teorie di Giuseppe Gatt, ideatore della Nuova Maniera, fianco a fianco a Bruno D’Arcevia, Renato Nosek, Carlo Fusca, Giorgio Esposito e ai tanti che si lasciarono avvincere da quella pittura che mostrava come l’arte non fosse soltanto intuizione astratta ma anche tecnica, capacità di tenere in mano pennelli e colori.
«Non dura questa strada – mi diceva, sorseggiando un caffè ai tavoli del Mozart - ho troppi assilli nel mio cuore». Intendendo la presenza dell’infinito nel finito, il cielo che cercava asilo in lui.
Dopo la Biennale di Venezia del 2012, Beppe era ormai ospite di molti musei del mondo. Da una collettiva dedicata al gioco, a Tel Aviv, al Museo di Ravenna, a Gioanina, e nella Fortezza veneziana di Corfù e poi a Preveza e a Igoumenitza. Ci toccava un viaggio per la prossima estate a Corfù in una mostra voluta da Thenia Rigatu, direttrice dei musei ellenici, e un convegno sulla battaglia di Lepanto del 1571.
Non stava nei panni il mio amico Beppe quando Vittorio Sgarbi scelse nel 2012 una sua opera per la Biennale di Venezia. E lo fu ancora di più quando Philippe Daverio restò folgorato in Arsenale dall’installazione di un gigantesco Centauro ferito a morte: «Un’opera originale e di grande impatto emozionale», la definì.
Chi era Beppe Labianca? Chi era questo artista schivo e silenzioso, affatto auto promozionale, che dallo studio di Via Capruzzi a Bari volava alle gallerie di Parigi, Londra, Berlino, Monaco e Roma? Secondo me, un ricercatore che viveva a confine tra tradizione e modernità, tra installazioni di gemmazione postmoderna e avanguardie novecentesche. Lo ricordo in viaggi solitari in Marocco, Inghilterra, Turchia, poi docente di Liceo Artistico e negli anni Ottanta il creatore di un «cantiere» a cui aveva dato nome di Officina, mutuandone il nome dalla rivista di Pasolini. Fu lì che discutemmo di Fragile, una rivista che curavamo presso le Edizioni Levante. Lì ci vedevamo con i maestri del momento: Leonardo Mancino, Vittore Fiore, Michele Dell’Aquila, Giorgio Saponaro, Ettore Catalano. Lì approdò Pietro Marino, che Beppe stimava e dalle cui qualità critiche eravamo entrambi toccati. Fu lì che ascoltammo più volte Vitilio Masiello, Pasquale Voza, Arcangelo Leone de Castris e Franco Tateo. Un mondo che si è andato perdendo nella nebbia.
A quel tempo c’era Francis Bacon nella mano di Beppe, c’erano le ossessioni della deperibilità del corpo e dell’inquietudine esistenziale. Così quando esplose la Nuova Maniera, Beppe l’attraversò con ansia di mistero e di incubo, inseguendo Caravaggio, le ombre e la luce delle passioni, con una gamma di interrogativi: Che ci stiamo a fare qui? Chi sono e dove vado?
Il penultimo approdo della sua barca, perché Labianca possedeva una barca ormeggiata nell’isola di Corfù, fu De Chirico. La Grecia era entrata così nella sua pittura, con la malattia metafisica che ci contagiano i templi della Grecia. Non era un grande lettore, ma tra i classici del pensiero Beppe amava Agostino, Pascal, Camus e Sartre. Che gli lasciavano un solco nel cuore e nella mano. La solitudine nell’età che viviamo, il dubbio che ci annichila e ci inquieta in questo immenso deserto della vita. Il cielo in una stanza, mutuando dalla canzone degli anni Sessanta, è ciò che lo aveva folgorato, l’infinito nel cerchio del tangibile. L’oceano nella goccia smarrita che è l’individuo. E soprattutto l’immaterialità del sentimento e del metafisico precipitati nella ponderosità della materia. Una pittura che si faceva carico di inseguire la rotta, contagiare dubbi e interrogativi a chi osservava le sue opere. Beppe era consapevole che non tutto fosse chiuso qui, ma nella notte infinita che ci avvolge una luce ci doveva pur essere. Era una forma di religiosità, una fede della quale Beppe oggi sa già le risposte, malgrado tutto, finalmente consapevole di ciò che palpita oltre la linea dell’infinito.

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