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SANT'ARCANGELO - Questa è la storia di un uomo caparbio e assai tenace, con una mente visionaria e due mani d’oro, capaci di trasformare un anonimo pezzo di pelle in manufatti di altissimo valore. In scarpe, per l’esattezza: pezzi unici, non uguali a se stessi e perciò irripetibili. Una storia in cui non mancano gli ingredienti per definirla fiaba moderna: parenti distanti che forniscono aiuto, messaggi “segreti” lasciati all’uscio e…un pizzico di follia. Lui è Gianfranco Montano, 36 anni, di San Brancato, popolosa frazione di Sant’Arcangelo, comune della Basilicata meridionale, innamorato della sua terra al punto, dieci anni fa, da mandare all’aria la sua vita fino a quel momento costruita, per inventarne un’altra.

Come è iniziato tutto quanto?
Lavoravo e vivevo a Parma, in una grossa azienda farmaceutica. Mi trovavo molto bene, la città e l’ambiente lavorativo mi piacevano tanto, ma sentivo che non ero soddisfatto, mi mancava qualcosa. Appena potevo, tornavo a casa. Così per due anni, il tempo necessario per comprendere che quella vita non era per me.

E dunque cosa ha fatto?
Ho lasciato l’Emilia Romagna e, rientrato in Basilicata, ho aperto una bottega da calzolaio riparatore.
Dall’azienda farmaceutica alle scarpe: un bel salto! Perché proprio questa attività?
Perché avevo deciso di vivere nel mio paese e quasi scientificamente ho analizzato quali attività mancassero ai suoi settemila abitanti: la scelta è ricaduta sul calzolaio, che appunto non c’era. Ho svolto questo mestiere per circa tre anni, con grande soddisfazione dei miei compaesani, finalmente contenti di poter riparare le proprie calzature in loco. Poi la svolta inaspettata.

Cioè?
Angelo Imperatrice, un anziano prozio di mio padre viene a sapere, tramite quello che potremmo definire gossip familiare, della mia bottega. Lui, originario di Guardia Perticara, da anni residente a Firenze, è un apprezzato artigiano e lavora come docente al Polimoda di Ferragamo e nella prestigiosa Accademia di Riaci, che insegna appunto i diversi mestieri dell’artigianato. Da bravo lucano, torna spesso in Basilicata e così, l’estate del 2014, viene a trovarmi nella mia bottega, che però è chiusa per ferie. Al mio rientro, trovai un biglietto sotto la porta: mi scriveva chi era, cosa faceva e mi chiedeva di contattarlo.

Sembra una storia di altri tempi. E lei lo contattò?
Certo, anche se all’inizio nessuno tra i parenti ricordava chi fosse, neppure mio padre, che proviene da una famiglia assai numerosa. Gli telefonai e dietro suo invito, andai a trovarlo a Firenze: dieci giorni immerso in una città rinascimentale mi bastarono per vederlo all’opera e innamorarmi della sua arte e dei suoi prodotti fatti con le mani. A lui devo tutto ciò che so, posso affermare che mi ha davvero insegnato un mestiere. Ancora oggi, anche se non ne ho più bisogno, mi piace andare una volta al mese a Firenze perché respirare l’aria dell’Accademia mi piace.

Come nasce il brand “be spoke” (Nda: fatto su misura)?
.Quando mi resi conto che in parecchi mi chiedevano di realizzare scarpe, capii che non era più un passatempo. Del resto, il primo paio di scarpe che avevo creato per me, lo vendetti ad un cliente che ne rimase colpito vedendolo in bottega.

Ma come nasce una scarpa?
Mi servo di un manto di pelle bianca trattato in maniera vegetale, il conciar, che mi arriva da Firenze, su cui riporto, cucendolo, il disegno già fatto sul cartoncino: è la tomaia. L’ultimo passaggio è la scelta del colore da parte del cliente: le due scarpe così ottenute non saranno mai identiche l’una all’altra, perché è impossibile replicare perfettamente il colore su entrambe. Ecco perché ogni paio è costituito da pezzi unici.

Quanto tempo occorre per ultimare il lavoro?
Quaranta ore. La mia giornata tipo si svolge mattina e pomeriggio nella bottega da cui esco non prima delle 21.

Di recente è stato insignito del prestigioso premio Heraclea, quale esempio di giovane imprenditore lucano di successo: quando ha capito di avercela fatta?
Quando grossi politici e imprenditori in vista hanno iniziato a volere le mie scarpe. Il nome girava e la qualità del mio prodotto era apprezzata.

Tra i suoi clienti anche Francis Ford Coppola.
Sì, anche se pure in questo caso si è trattato di una casualità: il regista, a Bernalda per qualche giorno, venne a sapere della mia storia e volle conoscermi. Grande fu la mia emozione quando, incuriosito, non solo mi chiese esattamente come fosse andata la faccenda della bottega e del prozio, ma soprattutto quando volle scattare una foto con me, lui che non ama questo genere di ricordi. Ovviamente mi ha commissionato delle scarpe.

Dove si possono acquistare i suoi manufatti?
Nella mia bottega, dove mi fa sempre piacere chiacchierare con il cliente e indovinarne i gusti. Ho due vetrine in Basilicata, a Potenza e a Matera. Altre due, a Roma e Cosenza, sono momentaneamente ferme per via del covid, ma dovrei riaprire a breve. In parecchi mi contattano anche tramite i social.

Che progetti ha per il futuro?
Recentemente ho firmato un contratto con una azienda americana: loro, la produzione, miei, il marchio e il disegno. La realizzazione avverrà tra Spagna, Portogallo e Italia, le scarpe saranno vendute nei più grossi Paesi orientali, tra cui Cina, Giappone, Taiwan. E poi c’è in ballo la realizzazione di un quartiere degli artieri a Matera, in cui creare un villaggio degli artigiani. Mi piacerebbe molto che si potenziasse il turismo esperienziale in Basilicata, affinché si possa visitare una vera bottega artigiana.

Realizza solo scarpe maschili?
No, in realtà ho avviato anche una linea femminile, che spero di mettere a regime.

Ma le scarpe le ripara ancora?
Sì, con la stessa serietà di sempre.
Tornando indietro, rifarebbe la stessa scelta?
Sì, assolutamente sì. Anche se la strada è ancora in salita, posso dire di essere arrivato e ne sono felice.

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