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In Puglia e Basilicata

Ostaggi Selvaggi

Arisa: «La mia canzone scritta con Mango», la cantante lucana si racconta

Arisa: la mia canzone scritta con Mango

«Vivevamo in un buco di casa, tutti insieme a fare la nanna. Tavolate di 30 parenti, l’ironia di mamma e papà: non ci serve altro»

24 Agosto 2020

Alberto Selvaggi

Eccoci qua, Rosa, che sarebbe il Rosalba in uso a chi ha minore intimità. Pippa sicuro, dato che questo Pippa, cognome, risulta all’anagrafe come sui registri di classe.
«Nooo, se mi chiami sicuramente è perché devi comunicarmi qualche brutta notizia. Succede sempre così, dimmelo subito allora, che è successo di grave?».

Niente. Nessuno è morto, io neppure.
«E di questo sono contenta, è almeno una buona cosa per te, no?».

Dipende. Comunque volevo dedicarti una paginata per questa serie sui personaggi noti di Puglia e Basilicata. Per la tua regione ho già sentito Carmen Di Pietro, Rocco...
«Papaleo».

Sì, certo. Mango non c’è più, Emilio Colombo, famoso politico, se n’è andato nel 2013. Resti tu.
«Be’ grazie, mi rendi molto felice. Sono contenta davvero».

Vabbè, non sai neanche cosa ti chiederò. Io non seguo la canzone italiana, non mi interessa, sono sincero, tuttavia suppongo tu sia parecchio amata, essendo improntata a bonomia, naturalità, doti riscontrabili in parecchi tuoi conterranei. In più ti giovi di una autoironia spiccata, percezione individuale tragicamente rara.
«Su questo ci vai liscio, guarda. Nella mia famiglia c’è l’abitudine di scherzare. I miei genitori ci hanno educato all’ironia, per questo mi prendo in giro da sola. E dico senza filtri ciò che mi passa per la testa, anche se me ne pento certe volte».

Pensa quanto è sconcertante, destabilizzante affrontare la spontaneità. Hai pubblicato su Instagram una tua foto sulla spiaggia, in bikini zona pancia e cosce florida, annientando le Chiara Ferragni di questo mondo.
«Sono un albero di arance, un panino al latte, una dea. Il ritocchino al labbro è il pentimento piccolo che ho».

Dalle parrucche bionde al capello raso tinteggiato, dal biancore all’abbronzatura. Pure il mio gatto Dorian ieri ha preso il sole in mare sul suo canottino dei cartoon PJ Masks ma non s’è scurito molto. Forse perché usa creme protettive 50+.
«Meglio quelle al cocco».

Penso a ciò che disse Ornella Vanoni quando ti ascoltò al Teatro dal Verme a Milano: «Arisa è un po’ pazza come me, noto una certa vicinanza caratteriale».
«Non puoi immaginare le sensazioni che ho provato nel ricevere l’onore di avere in platea un punto di riferimento assoluto. Lei è una maestra in ogni cosa».

Che ha lodato la tua vocalità eufonica, vibrante di altri tempi, pura, diciamo lucana.
«Può darsi. Se ti viene in mente una associazione del genere, magari è veritiera. Pur vivendo a Milano da tanti anni mi sento integralmente, profondamente figlia della mia regione. E in Basilicata, ovviamente, torno appena posso, rituffandomi nella vita che ho sempre vissuto, che mi ha dato tutto, che mi ha fatto. Libera, campagnola, inquieta un po’».

Però non mi torna una cosa. Le biografie citano Rosalba Pippa nata a Genova, anche se cittadina di Pignola.
«Quella è stata soltanto una scelta di opportunità sanitaria. Mia madre andò al Gaslini specializzato in parti. Per il resto, di ligure nessuno di noi ha assolutamente nulla. Mia madre Assunta è di origini di Pignola e di Avigliano. Mio padre Antonio più legato a Potenza. Lei ha avuto sempre problemi di salute ma ciò non le ha impedito di impegnarsi, oltre che in casa, in lavori di rappresentanza, ditte di materassi, poi per un’azienda farmaceutica, di alimentazione con estratti puri all’arancio. Lui è una macchina che non si ferma mai, ha lavorato come autista, camionista, coltivatore e apicoltore indipendente, nella piccola edilizia. All’inizio stavamo in una casetta lontana tra i campi, un buco di pochissimi metri quadrati, cucina, bagnetto e stanza da letto con soffitti alti, armadiature che ti fanno pensare ai Promessi sposi».

Finché l’ugola di una figlia li ha bagnati di oro colato.
«No, i miei genitori amano soltanto ciò che hanno costruito con le loro mani e non vogliono altro. Non gli interessa. Questo significa saper godere la vita, impegnarsi per cambiare una lavastoviglie e soddisfarsi nel lavoro necessario a realizzare le necessità. È così che gioiscono, per questo non smaniano per un salto di qualità. La qualità già ce l’hanno. Sono felici e mi hanno trasmesso il senso vero della felicità».

Gesù che ti ha insegnato?
«Da piccola frequentavo il Santuario di Maria SS degli Angeli a Pantano, ho seguito il catechismo in parrocchia, stavo il sabato con i ragazzi, essendo casa mia nel crocevia lungo Tora. Pensa che la nostra seconda abitazione, più grande, la hanno praticamente costruita mio padre e gli zii Nicola e Carmine, sotto la collinetta dove già risiedevamo. Sei anni di fatica, di sacrifici e di economie, dal 1980 al 1986. E in famiglia a seguito di questa eccentricità topografica parliamo un dialetto lucano tutto nostro, che attinge da luoghi differenti. Spesso me lo ritrovo in bocca, così, anche con te adesso quasi mi viene fuori da solo. Un borbottio, un’intonazione da trattore, senti un po’…».

Confermo.
«Ho genitori simpatici, un parentado di quattro zie, uno zio e cugini con il quale facevamo festa a ogni occasione. Tavolate di una trentina di persone. Per questo né a me, né alle mie sorelle, Isabella, nutrizionista in Inghilterra, e Sabrina, manager dei social media a Berlino, veniva in testa di uscire più di tanto. Il divertimento lo avevamo già in casa. Uniti, in concordia».

E il tuo stesso nome d’arte celebra tale comunione: Arisa è l’acronimo delle iniziali dei tuoi familiari.
«Esatto e ne vado orgogliosa. La casa è tutto. Anche in senso fisico, se vogliamo esprimere un concetto molto lucano. L’orto, le galline, la mucca, le caprette, l’asino che avevamo sotto casa di mio nonno. Lo scambio in natura, un uovo per un pezzo di pecorino autoprodotto. Avevamo i campi dei miracoli di due zie, passavo pomeriggi a sgusciare piselli, granoni, sbucciare patate. Auguro a tutti i bimbi del mondo di vivere il sogno che abbiamo vissuto. Lucanità significa cogliere le opportunità della vita e abituarsi come me a fare tutto con poco. Oggi per esempio capito spesso in grandi ristoranti, ma chi mi invita non immagina che con pomodoro, cipolla e pane bagnato sarei a posto. Lucanità significa anche amare la fatica, come la ama mio padre, e quando provi amore non serve più nulla. Questo è il bello di meritarsi le cose. Perfino in povertà da noi sulla tavola non manca mai nulla, c’è il meglio di tutto, data la qualità alta dei prodotti. Forse anche la musica ha per me un’origine familiare. Quando facevamo gite in macchina la radio era sempre accesa, cantavano i miei, alle feste cantavano in molti, tre zii di papà erano tenori».

E quindi hai assimilato il canto per imitazione, come avviene per la cultura, per il crimine o il soldo.
«Credo di sì, tutti siamo derivati di varie cose».

Chissà se vi siete incontrati con Papaleo e con Mango sul terreno comune.
«In parte sì e in parte no. Solitamente chi è più giovane, come me, ha la presunzione di potere fare a meno o di essere più avanti di chi ti ha preceduto. E io credo di avere commesso questo errore. Con Rocco ci siamo conosciuti a Sanremo. Ma con Pino il rapporto stava prendendo altri sviluppi. Sono stata a casa sua, abbiamo pranzato, ci siamo confrontati, e abbiamo iniziato a scrivere assieme una canzone. Ma io sentivo di non riuscire a esprimermi totalmente. E quando non avverto fluire il rapporto, mi ritraggo e mi defilo subito. È stato un mio errore. E me ne pento ancora di più oggi che ho riscoperto Mango come uno straordinario innovatore. Ne ho parlato con Laura, la moglie, anche con la figlia Angelina mantengo contatti».

Che fine ha fatto la canzone?
«C’è, esiste ancora, ci tengo molto, forse anche con senso di rimorso. È qualcosa che è sfuggita, che ho perduto, ma del suo futuro non posso dirti nulla».

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