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Il Palazzo di via Scipione: nel ‘76 un amore clandestino tra i set di Massi nel giornale

«I segreti del film sulla Gazzetta»

È notte e sei qua, Palazzo della «Gazzetta del Mezzogiorno» in via Scipione l’Africano 264, Cap 70124 Bari.
«Ancora non ho imparato a spostarmi».

Tutto è spento, lungo i tuoi quattro vasti piani, soltanto una luce promana, altezza asfalto, dai tre livelli interrati, attraverso la vetrata a sinistra guardando dall’ingresso posteriore di via Gorjux. Ti ho aggirato.
«Era l’accesso privilegiato dai giornalisti, dov’erano gli uffici annunci, portineria blindata, bancomat, Cral, sindacato. In questo momento sono vuoto d’anime. Sono rimasti il buio sarcastico e i ragazzi invecchiati della rotativa, distesa come un drago urlante lungo il fiume carsico che sottende l’area».

Ti vedo guardarmi dall’alto.
«Perché sei una cosa piccola. Ricordo tutti e conosco. Dal maggio 1972, quando vennero trasferite sette linotype in una notte assieme a un’enormità di materiali. Stamparono domenica all’alba in piazza Roma oggi Moro, dove redazione e uffici sono tornati da qualche anno. E lunedì erano già pronti a partorire copie attraverso il mio ventre maschio. Avevo un eliporto in testa, quando ancora si intendeva colonizzare le regioni limitrofe, oltre a Puglia e Basilicata, dove torreggia l’antenna della tv che fu mia proprietà, quarto piano».

Queste cose le conosco, Palazzo. Anche se arrivai quando già la stampa a freddo, dopo quella a caldo, accedeva alla rivoluzione digitale che ci ha snaturati.
«So che sai».

Ma se ti ho risvegliato è soltanto per avvertirti che davanti al tuo ingresso monumentale, che sale da via Scipione lungo il declivio della rampa illuminata da operai in affanno, mi sembra di aver visto un cadavere. Bell’uomo di giovane età.
«Sì lo so ma non mi importa. È lì da quando, 5 del mattino, l’hanno fatto cascare con sangue dal labbro. Si chiama Lino Capolicchio, mi pare. Giravano un film. Un poliziottesco, nel 1976, gennaio gelato da furie di maestrale».

Appunto di questo volevo parlarti. Mi incuriosisce sapere ciò che hai visto di «La legge violenta della squadra anticrimine» di Stelvio Massi, ambientato a Bari, dato che ha «La Gazzetta del Mezzogiorno» come tema costante. Cioè te, Palazzo.
«E perché ti stupisce? Porto sulle spalle una storia editoriale che ha superato i 130 anni; un potere mai scalfito neanche da Madre Vergine Rai. Ho ricevuto tutti i capi di Stato, ministri, ogni potente di ogni potentato. Ho orientato il divenire della storia meridionale. Fu il presidente della Repubblica Giovanni Leone, in ottobre, quando già straripavo da sei mesi di giornalisti, macchine per scrivere, telescriventi, montacarichi, ascensori, telefoni imbizziti, dimafoni, lastre, tipografi, fattorini, segretari, correttori di bozze, ingegneri, amministrativi, manutentori, avvocati, a tagliare il nastro tricolore del mio cordone ombelicale».

Parla.
«Un bel giorno, quando si tirava l’alba e i cronisti fumavano come appestati, si presentò il regista con lavoranti. Al pianterreno, dove stava il grande salone ricevimenti e le sale riunioni, ufficio di ricerca, vicino agli ascensori allestirono un buffet stabile che nel film faceva veci di mensa del giornale. Il più presente nel mio seno fu Renzo Palmer, uomo simpatico, che impersonava il direttore della Gazzetta, Giacomo Maselli. Ma vennero un po’ tutti, John Saxon, il violento commissario Jacovella che, detestato, detestava la stampa, Antonella Lualdi, sua moglie di grande fascino, Lee J. Cobb, cioè Dante Ragusa, il boss della storia criminale, Alfredo Zammi che era Pasquale “Nino” Ragusa, il figlio incapace. Rosanna Fratello, bruna magica che seminava sesso sotto le gonne da castigata, permeata da quella intensità drammatica che segnò i Settanta in ogni arte. E poi un sorridente Lino Capolicchio, lieve e affabile, divo del cinema bramato dai registi e dalle ragazze. Spesso i giornalisti, di notte mentre girava, lo rifocillavano».

Ricordo che costui, l’ectoplasma ai piedi della tua cancellata, si liberava dell’ultimo fiato mentre veniva inquadrata la scritta «Gazzetta del Mezzogiorno» blu di elettricità.
«Così mi pare».

Eri un monolite, un monumento identitario del sud Italia, concetto ribadito nell’intera sceneggiatura, in bene e in male.
«Beh, raccontavano ciò che era dovere affermare».

Questa pellicola è anche su YouTube.
«Io la ricordo in maniera vaga. Antonio Blasi, cioè il Capolicchio ammazzato, è un ragazzo squattrinato innamorato di Nadia, Rosanna Fratello. Il direttore della “Gazzetta” Renzo Palmer, è l’antagonista del duro commissario e dà una mano pietosa a Blasi che dopo una rapina con morto sul Lungomare finisce male. Ci sono Alfa Romeo Giulia bianche o verde militare del 113 che sgommano, pantaloni a zampa che vagano, negozi chiusi da un’eternità, Margherita, Petruzzelli, ponte di viale Unità d’Italia appena inaugurato, il Palazzo della Provincia, Fiera del Levante, Basilica, Cattedrale, un documento unico di Bari anni Settanta. Ma ci sono io soprattutto».

Tu.
«Il direttore vero, Oronzo Valentini, non perse molto tempo con troupe e regista nel fornire dati di realtà per le numerose scene in redazione, in tipografia, rotativa. Era un soggetto scostante. Palmer, che si documentava con entusiasmo, strinse alleanza soprattutto con Lillino Milella, mito della redazione sportiva che nel film sfoggia basettoni ramati. Federico Pirro, scomparso un anno fa, ex caporedattore del tg Rai regionale, baffi pesanti, Nicola Sbisà, storico critico musicale che recita come segretario del direttore, anche lui passato a un mondo diverso da quello che calchi. Altri fra i 100, 130 colleghi compaiono, in quegli anni suddivisi in stanze, il responsabile dell’archivio Nicola Mascellaro. Volate d’obiettivo sulla massa di 230 poligrafici: linotipisti, tipografi, i tira-bozze, impaginatori, amministrativi simulati. I rotativisti mostrano il foglio del parto a Palmer, anche se il direttore non scendeva mai, dal terzo, al di sotto del secondo piano. Stelvio Massi s’impuntò nel descrivere con la macchina da presa le fasi di lavorazione del giornale, altra testimonianza rara. Dio, che mondo fantastico, drogarsi di piombo, di grida e notizie che balzavano dalle telescriventi come scheletri dissotterrati. Tanto che potrei lacrimare nel ricordarlo, se mi riconoscessi un alone di umano».

Mi hanno raccontato di liti, scherzi e abboffate.
«Con il cast andavano a mangiare alla Pignata. Nell’Albergo delle Nazioni dove piantò le tende e girò buona parte del carrozzone cinematografico, Capolicchio conobbe la figlia del cuoco, Carmela Vincenti, quando l’attrice, in erba allora, rise vedendolo inciampare nell’androne durante una scena dinamica. Lei lo invitò a seguire le prove della sua compagnia teatrale locale, gli offrì la pizza, previa colletta tra morti di fame. E lui la esortò alla carriera cogliendo doti recitative spiccate. Però conosco una storia che non seppe altro dio se non questo della stampa che ti parla».

Ascolto.
«Durante la lavorazione del film, che da me si prolungò per un mese e passa, vidi passare Capolicchio per due volte in auto, mezzo rannicchiato. Alla guida c’era una donna bionda e alta che sembrava piovuta dalla Danimarca. Invece no. Era Maria, era di Bari. Una fra quelle che lo tampinavano quando i cosiddetti “bruti”, fari accecanti, sui set blindati tormentavano i suoi occhi chiari. Lei lo avvicinò a Castel del Monte, dove, dopo Torre a Mare e Trani, si girava una scena che allora appariva spericolata. Lui le disse: “Più che barese sembri una di Merano”. Lei gli disse: “Non mi importa se sei sposato”. Era bella e per la bellezza si amarono: Lino è appassionato di pittura, Maria d’arte. Nessuno seppe nulla, né il regista, né la Fratello, né i tecnici né Palmer: mentiva a tutti, “ho da fare”. In una masseria del più caro amico di lei, presso Bari, nel freddo consumarono fiamme. La storia proseguì per tre anni, anche a Roma, talvolta in casa di lui, quando la moglie mancava. Lei si iscrisse ad archeologia. E il destino snodò il filo di entrambi».

Ti sei inventato una tresca, Capolicchio sembra morto là dietro in via Scipione l’Africano 264, ma campa, lucido e arzillo, so che sta pure scrivendo un libro sul film «Il giardino dei Finzi Contini», verrai querelato.
«Lui me l’ha raccontata. Con ulteriori dettagli. E anzi, mi ha anche chiesto di cercare Maria. Vorrebbe incontrarla. E io lo farei se soltanto riuscissi a spostarmi».

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