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Bianca Guaccero, sappiamo che ha natali bitontini che lascia riemergere soprattutto in ambito televisivo. È una forma di lealtà verso la madre terra.

«Ma veramente, io non ripesco: sono bitontina, oggi come ieri e me ne priscio».

Mi riferivo alle sue citazioni slang, soprattutto nei duetti al pepe, dove riecheggia l’humus formativo.

«A Detto Fatto, il factual show di Rai 2 che conduco fino a questo venerdì 3, direi che Bitonto e il bitontino sono degli imperativi. Con Filippo Nardi, che mi affianca per le “Lezioni di inglese”, abbiamo insegnato vernacolo in proposte divertentissime. Si va dall’adagio stip’ ca trùv, cioè conserva che troverai ciò che un domani potrà servirti, associato a una frase idiomatica anglosassone, ad affermamen nu picc, che sarebbe una traduzione di lockdown».

Per i passaggi più complessi vi siete saggiamente affidati a lessicologi quali suo zio Dino in collegamento, assistito da zia Lina.

«Ebbè certamente. Poi non so se ha notato: il dialetto che parliamo noi ha una cadenza, una flessuosità arrotata fortemente angloamericana».

No, so soltanto che mi fa ammazzare dalle risate.

«È tutto un eun, la tremendèun, a u, ca u, ieu meu e così via».

Roba da saloon e pistoleri, in effetti.

«Uno poi nasce bitontino e bitontino resta. Anche se ho lasciato la mia città a 19 anni per trasferirmi a Roma, ho mantenuto intatto il legame, non soltanto con la mia famiglia: parlo dell’intero contesto. Per me non è cambiato niente. Ho amici sparsi in tutt’Italia, ma lo zoccolo duro rimane il gruppo allargato delle origini. Anzi, allargatissimo, adesso che, chi più e chi meno, ha figli, amici dei figli…».

C’è anche lei con la sua Alice, sei anni, o cinque, personificazione terrena della fiaba stratosferica di Carroll.

«Ha cinque anni. E pensi che dacché ero bambina sognavo di partorire una figlia femmina e di chiamarla Alice».

Cosa inusuale e bella, devo dire.

«Comunque Bitonto, dove a breve mi dedicherò alla famiglia, oltre che al mare, resta anche il principale luogo delle uscite in comitiva. Parlo di roba seria eh?, 30-40 persone per volta».

Praticamente, un assedio ai locali con fini di conquista.

«Siamo lì. Assemblee matrimoniali, con spanzate casciarone stile pranzo di nozze, certe volte pure nelle case».

E pure questo è eminentemente sudista.

«Prima nella mia città esisteva soltanto un locale. Adesso è piena di posti dove andare o dove mangiare, ad ogni angolo. L’area storica è stata recuperata con cura, in quasi tutte le cittadine e nei paesi della Puglia è così. La festa dei Santi Medici, anche per le bancarelle, è la infanzia che ogni anno si ripresenta. Mi dispiace soltanto di avere sempre poco tempo; non so come ho fatto oggi a riuscire a parlare con lei e ancora non trovo la quadra per conciliare gli impegni con le riprese del mio prossimo film, su cui vige ancora il top-secret. Non c’è soltanto la trasmissione in studio, ci sono anche confronti, analisi di gradimento, riunioni continue affinché l’appuntamento quotidiano, quotidianamente progredisca. Non se l’immagina la tensione e la fatica».

Quindi è una fesseria quella che circola.

«E quale sarebbe scusi?».

Che Detto Fatto va in soffitta, che lei s’invola per altri lidi, dopo un calo di ascolti arginato in tempi difficili.

«Ma neanche per l’anticamera del cervello. È tutto falso, ed è tutto vero che la mia conduzione proseguirà come prima. Abbiamo dovuto affrontare difficoltà, cambi di orari, la trasmissione all’ottavo anno ha bisogno di alcuni cambiamenti. Cambieremo il look, saremo più interattivi rendendo gli ascoltatori ancora più partecipi. Perché con tutta la squadra abbiamo constatato quanto questo orientamento arricchisca noi e chi ci segue. La prova del nove l’ha fornita proprio l’utilizzo del remoto durante le fasi drammatiche della pandemia da coronavirus. Un salto in avanti che ho voluto e che ho guidato soprattutto io».

Quindi sul contratto Sky non ha messo la firma.

«Ma perché insiste su questo scusi?».

Perché lo ordina la cronaca di questi giorni che ne riferisce.

«La proposta di Sky c’è stata, è vero, ma io ho deciso di non tradire Rai 2 che mi ha accolto e mi ha fatta crescere. Ho scelto di restare dove sono e dov’ero».

Ho notato che in tutti i programmi d’intrattenimento è invalso l’uso di inserire un gay, tendenzialmente estroso e coloristico, quale polo attrattivo.
«…».

Ha notato questo standard identitario dei format condivisi? Riguarda tutte le televisioni generaliste, non ce n’è più una senza.

«Non ho capito di cosa sta parlando e a chi si sta riferendo».

A un fattore contemporaneo di comunicazione specifica. È una novità che mi ha colpito.

«Senta, guardi…».

Per esempio, nell’età del Pentapartito la prassi imponeva, invece della diversità inclusiva nel politicamente corretto, la presenza aleatoria del politico arrembante con spalla di giornalista feticista che ostentava contiguità con il potere.

«Senta, io non faccio distinzioni su niente e su nessuno, fra un orientamento o l’altro, o fra tipi di persone, per me sono tutti uguali, non la capisco, è un discorso in cui non mi va di impelagarmi, per cui lasciamo perdere».

Va bene. Ho notato che nelle trasmissioni variegate in disimpegno, come nei tg, c’è da tempo un rimando dettato dalla tirannia dei social. Esaminavate i labbroni di Elettra Lamborghini, la sua stessa Carla Gozzi, personaggio efficiente, è una blogger, influencer dello stile.

«A Detto Fatto alterniamo momenti frivoli a tematiche serie. Si scherza e si apprende, insegniamo con tutorial, teniamo informata la gente. Nell’altra puntata ad esempio abbiamo parlato di economia».

Quindi non soltanto figlie di Madonna e di Michael Jackson che lanciano la moda di non depilarsi le ascelle.

«E no, non è tutto un’ascella, ogni giorno offriamo qualcosa di diverso. E non è un gioco facile di bilanciamento. Consigli di cucina, sull’abbigliamento, risparmio, salute, cultura, sicurezza».

Ho visto, sì. Piuttosto mi chiedevo cosa ha determinato il suo passaggio dal cinema e dalle fiction alla conduzione sul piccolo schermo.

«È capitato. È una cosa arrivata al momento giusto per me. Ho fatto tre provini e via. Il mio ruolo si esprime su un background maturato davanti alla cinepresa che ho affrontato a 17 anni la prima volta, in Terra bruciata di Fabio Segatori, e ancora di più a teatro. Ho avuto come maestra di recitazione a Roma Francesca De Sapio, bravissima. E le tecniche, l’arte di attivare dinamiche riempiendo i tempi morti, mi deriva da quell’esperienza. Sono nata pagliaccia da circo, diciamo così. Proprio l’altro giorno mio fratello Domenico, un normanno biondo opposto alla sottoscritta tutta pece, ha scovato delle videocassette in cui a casa improvvisavo spettacoli facendo la ballerina, la comica, presentatrice, tutto io. Mia madre, quand’ero ragazzina, mi accompagnava a Roma, spesso con rientro in giornata, ai provini».

Fra l’altro ho constatato che balla molto bene. Non immaginavo mica.

«Sono nata ballerina. Ho studiato per dieci anni danza moderna e intendevo intraprendere la carriera. A 14 anni mi esibivo negli spettacoli di Uccio De Santis, fior di professionista, un caterpillar. E sempre lui mi chiamò nel cast di Mudù dopo il primo film».

Perché colse la sua natura vera.

«Sicuramente: una giullare di corte che parla americano bitontino».

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