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«Sorry we missed you», ma il fattorino di Ken Loach suona una volta sola

Il film racconta una storia di lavoro e precarietà nell'era della Brexit

«Sorry we missed you», ma il fattorino di Ken Loach suona una volta sola

Se Io, Daniel Blake, Palma d’oro a Cannes nel 2016, poteva ricordare i tormenti dell’anziano Umberto D., questo nuovo film dell’inglese Ken Loach per certi versi echeggia Ladri di biciclette dello stesso Vittorio De Sica, in particolare nel rapporto padre-figlio. Come il precedente titolo di Loach, anche Sorry We Missed You è ambientato a Newcastle, ex capitale industriale e roccaforte operaia del carbone e dei cantieri navali, oggi nota piuttosto per la squadra di calcio e per il turismo sul Mare del Nord alla foce del Tyne che attraversa la città.

L’afflato neorealistico dell’ottantatreenne «Ken il Rosso» si perfeziona - e si scarnifica - con l’avanzare degli anni. Né l’età smorza lo spirito combattivo del regista, sempre dalla parte degli sfruttati. Il problema, caso mai, sta nel cercare di (far) comprendere cosa sia diventato il Lavoro al giorno d’oggi, ovvero come agiscano le trasformazioni della rivoluzione in atto per cui il capitale fa rima con il digitale.

Il protagonista di Sorry We Missed You si chiama Ricky (Kris Hitchen), ha superato i quarant’anni e al momento dell’assunzione in un’azienda per le consegne veloci dei pacchi, viene accolto dal pistolotto di un capetto orgoglioso della sua carognaggine: «Tu non sei un dipendente, ma un lavoratore autonomo, guadagni di più se produci di più». Naturalmente, le spese «professionali», a cominciare dal furgone necessario per il trasporto, saranno a carico del padre di famiglia in cerca di occupazione, a meno che non voglia pagare un esoso noleggio del mezzo. Ricky per comprare il furgone venderà l’automobile della moglie, che lavora da infermiera-badante di persone anziane, assistendole amorevolmente. La famiglia è completata dai due figli: un diciassettenne «ribelle senza causa», graffitaro, a caccia di grane fra i banchi e non solo, e un’undicenne tenera, pacata e sofferente per il disagio che cresce intorno a lei.

Infatti i tempi produttivi del papà sono infernali, i legami affettivi si logorano fin quasi a spezzarsi, e ciascuno dei personaggi è in preda a una sconfinata solitudine. È questa rassegnazione, questa infelicità senza desideri, questa esistenza governata dall’assurdo ritmo «chapliniano» dei... tempi postmoderni a essere nell’obiettivo di Loach e del suo sceneggiatore-sodale Paul Laverty. Non s’intravede un riscatto possibile all’orizzonte e non c’è in campo alcuna solidarietà di classe, tanto meno uno straccio di sindacato o di Labour Party a contrastare la deriva. «Peccato, non c’è nessuno in casa»... Sorry We Missed You, come recita il biglietto delle mancate consegne dei pacchi e delle consegne mancate dalla sinistra.

Perciò, anche lo spettatore politicizzato - blairiano renziano zingarettista o addirittura leghista - è pregato di non imputare a Loach il disastro dell’hard left di Jeremy Corbyn, di recente umiliato nelle urne britanniche dal conservatore Boris Johnson. Al contrario, il film è uno scandaglio politico e struggente delle ragioni ultime di quella sconfitta: l’incapacità di comprendere i bisogni dei lavoratori, tanto più nell’orizzonte antropologico della Brexit, che sublima la solitudine a sentimento nazionale/nazionalista.

Bravi gli attori di Loach che agiscono per sottrazione, lasciando il dubbio che il film sia un documentario, quale non è. Laconico e bellissimo.

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