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In Puglia e Basilicata

Nel 1997 il tragico incidente

Venticinque anni fa moriva Diana, regina dei cuori a futura memoria

Venticinque anni fa moriva Diana, regina dei cuori a futura memoria

Il ricordo di quella volta a Bari con Carlo, tra folla, fiori e bandierine

30 Agosto 2022

Antonio Caprarica

Furono i giorni del dolore e della rabbia. Alle 4 e 41 del 31 agosto 1997 l’anchor Nick Gowing, con voce incrinata dall’emozione, annunciava dagli schermi della BBC che la principessa di Galles, non più Altezza Reale per decreto della vendicativa ex suocera, era morta a Parigi in un incidente stradale sotto il tunnel dell’Alma. La stragrande maggioranza degli inglesi era ancora a letto ma quando si svegliò un paio d’ore dopo, trovò sul teleschermo un’immagine choccante : un malinconico primo piano in bianco e nero di Diana e a fianco due date, 1961-1997. La musica di Bach in sottofondo diceva il resto.

Da quel momento fu come se un ruggito sordo salisse sempre più forte dalle viscere della società britannica per erompere nell’incontenibile ondata umana che sommergeva le strade di Londra arrestandosi infine, tra i singhiozzi, davanti a Kensington Palace. Nel giro di poche ore, sotto i nostri occhi di cronisti, il prato davanti all’antica reggia di Guglielmo III si trasformò in uno sterminato sacrario floreale. L’Inghilterra, il mondo, non avevano mai visto niente di simile.

Ci fu a Londra chi temé l’inizio di una rivoluzione. Per placare la furia di una nazione in lutto, convinta che la responsabilità morale della tragedia ricadesse sulla famiglia reale - Carlo e Filippo in primo luogo -, il premier Tony Blair proclamò all’istante la defunta «principessa del popolo». Certamente così le sarebbe piaciuto essere ricordata. Pochi anni prima, alla domanda se sarebbe mai stata regina la sua risposta era stata: «Mi preme soprattutto essere una regina dei cuori». Per molto meno gli antenati di Elisabetta l’avrebbero spedita alla Torre.

L’omaggio di Blair sembrò però insufficiente alla folla in lacrime che ormai premeva minacciosa ai cancelli di Buckingham Palace, ostinatamente muto e vuoto dei suoi reali abitanti. Ma tutto ciò che gli inglesi chiedevano era che anche la loro arcigna regina piangesse assieme a loro. E quando lei finalmente dopo una settimana di silenzio si piegò a farlo, alla vigilia del funerale il 6 settembre, i sudditi tornarono disciplinati alle loro vite di sempre e alla consueta venerazione della Corona.

Solo in apparenza non cambiò nulla. In realtà i mutamenti che Diana da viva non era riuscita a far digerire ai reali parenti acquisiti - meno protocollo e più empatia -, furono resi inevitabili proprio dalla sua morte. La monarchia inglese non sarebbe sopravvissuta dieci secoli se non sapesse come i giunchi piegarsi sotto il vento, e assumere la forma che la corrente irresistibile dei tempi ogni volta le impone di nuovo.

Diana non c’è più, e onestamente la sua scomparsa così precoce ha privato il mondo di una sorgente di grazia che scaturiva direttamente dalla sua bellezza e dalla sua umanità. Sarebbe sciocco farne un santino ma non ho dubbi che se fosse vissuta sarebbe stata una forza per il bene in questo nostro mondo scassato. Ho studiato ogni momento dei suoi ultimi mesi di vita, per scrivere L’ultima estate di Diana pubblicato cinque anni fa, e ho trovato prove evidenti di come la sua personalità stesse cambiando e maturando.

Dalla crisalide della «gran mondana», famosa in tutto il pianeta come emblema di glamour, stava per librarsi la farfalla di una donna non solo di cuore, com’era sempre stata, ma soprattutto più consapevole delle potenzialità positive della sua celebrità. L’adorazione planetaria che la circondava poteva essere usata per contrastare i giganteschi problemi che affliggono «i dannati della terra», la fame, le malattie, i conflitti.

Aveva già cominciato a farlo quell’estate, volando tra i campi di mine dell’Angola e i bimbi orfani e affamati della guerra in Bosnia. E avrebbe certo continuato a farlo se lo spensierato flirt agostano con Dodi, nel triangolo d’oro tra Montecarlo, Porto Cervo e Parigi, non si fosse schiantato contro il pilone sotto il tunnel dell’Alma. Così finiva, nell’incredulità generale, il breve regno della «regina di cuori».

È invece il suo fantasma che ancora abita, e agita, i palazzi di Londra. E ogni volta che una nuova faglia di frattura minaccia di aprirsi nella famiglia reale è la sua vicenda che viene subito evocata, come in un rituale scaramantico per allontanare il ripetersi dalla tragedia.

Davanti alla sua bara, Elisabetta II disse pubblicamente, in un memorabile auto-da-fé, che la vita di Diana offriva una lezione per tutti, «io per prima». Venticinque anni dopo, è inevitabile chiedersi quanto quell’impegno sia stato onorato.

È fuori discussione che molto di quanto accaduto in questo quarto di secolo all’ombra del trono non si sarebbe mai verificato senza la tragica fine della principessa. A cominciare dalle libere nozze dei suoi due figli. Libere perché sottratte alle antiche convenienze dinastiche e alle feroci catene dell’etichetta e del rango. Nonna Elisabetta, gravata della colpa dello sciagurato matrimonio combinato dell’erede Carlo, non solo ha accettato le spose borghesi dei nipoti ma le ha accolte con evidente compiacimento, dettato più che dai moti del cuore dal freddo calcolo politico.

La regina è perfettamente consapevole che la morte prematura di Diana ha cambiato la stessa fonte di legittimità del trono. Non sta più in un passato di grandezza imperiale del tutto sconosciuto alla maggior parte degli inglesi viventi. È piuttosto la convinzione che l’eredità di Diana, vilipesa da viva, sia stata raccolta e protetta a rendere oggi i Windsor accettabili ai sudditi. E l’eredità spirituale della principessa, la sua invocazione di una monarchia finalmente capace di essere in touch, vicina e partecipe ai bisogni della gente, è visivamente, fisicamente incarnata nei suoi figli.

In uno degli abituali paradossi della storia, la fine della «principessa del popolo» servirà a puntellare la sopravvivenza della dinastia. Ma la nemesi è sempre in agguato. Nel venticinquesimo anniversario della scomparsa di Diana, la casata dei Windsor appare come non mai incerta del futuro. Perfino i figli della principessa non si parlano più, e ricorderanno la madre ognuno per conto suo. Il peso del secolo si va facendo insostenibile per le spalle stanche di Elisabetta. E prima di re Guglielmo V lo scettro toccherà a re Carlo III: solo il cielo sa come reagiranno i sudditi. Chiusa nell’amata Balmoral, la regina sofferente aspetta l’arrivo del cupo autunno scozzese, e forse si chiede se non coinciderà con quello della monarchia.

Quando arrivò a Bari con Carlo, tra folla, fiori e bandierine (di Maria Grazia Rongo)

Sul sagrato della Basilica di San Nicola furono accolti da una folla festante. La coppia regale inglese era molto amata dai baresi, ma la vera regina di cuori era lei, Lady D, Diana Spencer, principessa del Galles, bella, giovane, con quella malinconica dolcezza nello sguardo e quel suo sorriso fragile, che abbiamo imparato ad amare nelle migliaia di foto e di riprese che l’hanno resa immortale. Un’icona, oltre il suo tempo, e che nell’anniversario della sua tragica morte, avvenuta venticinque anni fa il 31 agosto 1997 a Parigi, rivive nei tanti ricordi di chi ebbe modo di vederla e incontrarla nella visita che la coppia reale fece in Puglia a metà degli Anni Ottanta, a Bari, Trani e Molfetta.
Era il 2 maggio del 1985 e Diana arrivò nella piazza della Basilica del santo patrono di Bari con l’erede al trono di Inghilterra, suo marito Carlo, allora i due erano ancora una coppia felice, almeno in apparenza. Tante mani protese a salutarli, lei in uno spezzato di chiffon in seta dai colori tenui, prodiga di sorrisi con tutti, come sempre.
Erano arrivati in mattinata a Trani con il «Britannia», il panfilo reale che li accompagnava nel loro tour in Italia e che dalla Puglia li avrebbe poi portati a Venezia su per l’Adriatico. La Puglia fu una tappa fondamentale di questo viaggio. A Bari la coppia andò in visita anche nel Circolo della Vela, dove si fermò per il pranzo - e una mostra per i novant’anni del Circolo, nel 2019, ha messo in cornice anche le foto della bellissima principessa tra quelle dei prestigiosi ospiti che vi hanno fatto tappa. A Trani il Britannia attraccò al largo con vista sulla Cattedrale, e lei con un piccolo torchon di perle al collo e un piccolo mazzetto di fiori con il quale l’avevano omaggiata appena arrivata ammaliava già tutti. Le immagini di repertorio della Rai dell’epoca testimoniano la grazia della donna che non risparmiava il saluto alle istituzioni ma anche alla gente comune, che la acclamava senza sosta: «Diana, Diana, Diana».
La visita a Molfetta è ricordata davvero come un evento storico nella cittadina perché Diana, con Carlo, incontrò i bambini dell’istituto per audiolesi «Leonardo Apicella» di Molfetta. I due assistettero anche a una esibizione sportiva, che la principessa apprezzò molto. Seduta ai piccoli banchi degli alunni che sventolavano bandiere del Regno Unito, Diana ricevette tanti regali da parte degli studenti, che le consegnarono anche pacchi in dono per i figli, i principini William e Harry. Oggi, il primo, che somiglia tantissimo alla madre, è l’erede che il popolo vorrebbe sul trono d’Inghilterra - quando la inossidabile regina Elisabetta giunta ai settant’anni di regno non ci sarà più - insieme a sua moglie Kate, una coppia molto glamour, amatissima da Elisabetta II.
La giornata pugliese si concluse con un party esclusivo a bordo del «Britannia», con una lista di invitati selezionatissimi, e qualcuno ancora sussurra che in quell’occasione la principessa più amata del mondo disse: «Questo è il posto più bello che abbiamo visto nel nostro viaggio».

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