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MATERA - «Devi raggiungere immediatamente la biglietteria, c’è una sorpresa». Raffaelle Annecchino, che dirige la storica grotta di Vico Solitario, non ha avuto dubbi. In fila, insieme agli altri visitatori c’era Alberto Angela. Si sono immediatamente riconosciuti. Il noto giornalista e scrittore, diventato popolare divulgatore scientifico tramite il il piccolo schermo, era stato a Matera a metà novembre del 2017. In città ha girato una delle puntate dedicate ai siti Unesco italiani. Tra gli altri, nel suo itinerario di quasi tre anni fa, non è mancato l’interesse dedicato alla storica Casa grotta di Vico Solitario, avviata dal padre di Raffaella, Enrico Annecchino, un pioniere che ha creduto nella risorsa «antichi rioni Sassi». Alberto Angela è il figlio di un altro noto divulgatore del piccolo schermo, Piero Angela. Si è ripetuto, quindi, l’incontro con due figli d’arte e la relativa trasmissioni di suggestioni e saperi, un processo che continua per la ragione che Alberto Angela si è fermato da noi per poter raccontare Matera a suo figlio. Emozionata, Raffaella Annecchino ha apprezzato specialmente i complimenti per come sta affrontando questa delicata fase post Covid, impegno profuso per le misure di sicurezza messe in atto nell’area rupestre a ridosso del torrente Gravina.

I visitatori non mancano. Annecchino parla di italiani. «Soprattutto made in Italy», conferma la guida autorizzata Angelo Fontana, autore d’interessanti pubblicazioni sulla storia cittadina. «Stiamo lavorando - conferma - c’è stata la reazione che auspicavamo. Ma sappiamo già che, a causa del blocco dei voli, non vederemo gli stranieri presenti a Matera, solitamente numerosi a settembre e a ottobre. Dobbiamo apprezzare comunque il bicchiere mezzo pieno, e attrezzarci già per l’anno prossimo».

Pochi dall’estero, numerosi dal Nord e dal Centro dell’Italia. Il polso delle guide è una tra gli indicatori più attendibili, il sistema turistico locale non ha mollato la presa. Anzi, si è reso protagonista di geniali trovate come quella escogitata al Gahvè, in piazza San Giovanni Battista. Chi non ha sentito parlare almeno una volta nella vita del «caffè sospeso». Si tratta di pagare una consumazione al bar che, poi, decide il barista a chi offrire, oppure, il generoso di turno che indica l’amico o l’amica a cui è destinato il caffè già pagato da sorseggiare.

Fin qui, siamo alle consuetudine di cortesia e buona creanza, come si usa dire, tipica delle usanze meridionali.
L’emergenza Covid ha cambiato le abitudini. Il caffè deve essere un piacere, ma senza mascherina è vietato entrare nei locali pubblici. Così Aldo e Angelo, i popolari titolari del Gahvè si sono inventati la «mascherina sospesa» Difficile non vederla. È ben esposta sul banco del bar e viene offerta in omaggio a chi, per una ragione qualunque, in quel momento, è sprovvisto di questo importante strumento di protezione, soprattutto per la salute degli altri.
Ma se vanno coccolati, i turisti, a volte, vanno anche redarguiti. L’interrogativo che si è posto più di qualcuno in città è ragionevole e legittimo. Cosa accadrebbe se, in una qualunque città d’arte, ogni visitatore dovesse cercare di portare un pezzettino di un monumento a casa? Insomma, non va bene l’andazzo che vede alcuni staccare indisturbati pezzettini di tufo dai nostri monumenti per un souvenir a costo zero. Non è un gesto disincantato o romantico. No, questi cittadini prendono di mira particolari pezzi di muro, quelli fatti di calcarenite, più comunemente nota come tufo. Dai palazzi o dai luoghi di culto staccano le conchiglie fossili incastrate nei muri, strappate al loro cammino iniziato in mare milioni di anni fa. È chiaro che, così, provocano un danno non solo a Matera, ma a un bene che appartiene al patrimonio dell’umanità tutelato, non a caso, dall’Unesco.

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