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L'attore dopo il successo della fiction Rai è al cinema nel ruolo di Luciano, al fianco di Giampaolo Morelli, Fabio De Luigi, Edoardo Leo

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Lo stiamo vedendo in questi giorni nelle sale nel film Gli uomini d'oro, di Vincenzo Alfieri, nel ruolo di Luciano, al fianco di Fabio De Luigi, Edoardo Leo e Giampaolo Morelli, ma nel suo lungo curriculum, tra gli ultimi lavori, ci sono anche la fortunata fiction di Rai1 Imma Tataranni - Sostituto Procuratore, e il film di Alessio Cremonini, Sulla mia pelle, dedicato alla storia di Stefano Cucchi: è Giuseppe Ragone, classe 1986, di Salandra (Mt), che ci ha raccontato un pezzo della sua vita da attore, tra set cinematografici e progetti teatrali.

Partiamo dal tuo ultimo impegno cinematografico, in cui ti abbiamo visto nel ruolo di Luciano nel film Gli Uomini d'oro: com'è andata?

«È stata davvero una splendida esperienza. Il regista, Vincenzo Alfieri, mi aveva già visto nel film Beata Ignoranza, e voleva proprio un personaggio con le mie caratteristiche, sia fisiche che di linguaggio: mi ha fatto usare il mio accento, e il mio dialetto, mischiato a quello pugliese. Luciano è un ex postino baby-pensionato, che insieme all'amico Luigi (Giampaolo Morelli), decide di rapinare un furgone portavalori, e si nasconde nel mezzo per scambiare i sacchi di contanti con ritagli di giornale. È una storia vera, successa a Torino nel '97, e i due sognano poi di scappare di Costa Rica e aprirsi un chiringuito. Era il classico desiderio anni '90»

Com'era l'atmosfera sul set insieme ad attori del calibro di De Luigi, Morelli, Leo?

«Confesso di aver dovuto accantonare il mio lato da 'fan', visto che con me c'erano attori che ammiro fin da quando ero piccolo. È stato bellissimo vedere soprattutto il lavoro di Fabio De Luigi, al suo primo ruolo cupo, quasi drammatico: ha cambiato volto, ha fatto un percorso clamoroso. Il mio ruolo era quello che offriva più spunti comici, mi sono divertito. E poi io e Giampaolo Morelli eravamo vicini di stanza in hotel a Torino, faceva molto freddo, ce ne andavamo in giro insieme nel centro commerciale attiguo. Ho dei ricordi stupendi»

Prima ancora sei stato impegnato nella fiction Imma Tataranni, girata nella tua Matera...

«La mia esperienza con loro è cominciata prestissimo, visto che facevo la spalla in fase di provini, mentre stavano cercando la protagonista. Posso dire di essere stato testimone del primissimo provino di Vanessa Scalera: è arrivata ai casting che era già Imma, aveva letto tutti i romanzi, si presentava ogni volta con un taglio di capelli diverso. Il regista e la direttrice di casting continuavano a chiedermi pareri, poi un giorno mi hanno chiesto se volessi farlo io un provino, e ho accettato. Così sono finito a interpretare il ruolo di Zazza, giornalista tuttofare di Lucania News, un po' anchorman, un po' inviato di strada...»

Dal tuo curriculum si evince un certo eclettismo, tanto che sei stato impegnato anche nel film Sulla mia Pelle, che racconta la storia di Stefano Cucchi

«È stata un'esperienza molto forte: ho interpretato l'agente che non fece entrare i genitori di Stefano quando lui era ricoverato nella sezione penale dell'ospedale Pertini. Loro erano venuti a portargli vestiti e coperte, e io non li ho fatti entrare. C'è una curiosità legata a questo ruolo: ho girato diverse volte una scena in cui mangiavo un panino, ne avrò mangiato sei o sette; alla fine la scena è stata tagliata ed è rimasta solo la mia voce, insieme a qualche chilo di troppo dopo tutto quel cibo»

Come hai iniziato a fare l'attore?

«Ho sempre avuto un po' la tendenza a essere al centro dell'attenzione: al liceo facevo imitazioni dei professori, dei personaggi del paese. Poi al quarto anno, durante un'autogestione a scuola, io e un mio compagno abbiamo messo su un corso di teatro e abbiamo scritto uno spettacolo. Era molto semplice: un ragazzo del Sud portava la fidanzata del Nord a conoscere la famiglia, e io interpretavo il 'nonno' un po' sordo. Alla fine della performance il mio professore di Latino, che stimavo molto, è venuto e mi ha fatto i complimenti per la credibilità, per lui avrei dovuto fare l'attore. Mi ha messo un tarlo in testa, che dopo il trasferimento a Roma e tantissima gavetta, mi ha portato qui»

Secondo te in Italia il teatro che ruolo ha oggi?

«È una forma di spettacolo che spero non morirà mai, perché è umana, non ha alcun elemento di mediazione se non il palco. È magico, ogni volta che si entra in un teatro non si può non rimanere affascinati, anche se lo spettacolo è brutto o incomprensibile. Si crea un rito, si spengono le luci, il pubblico si siede e accetta il fatto che gli attori sul palco stiano creando un altro mondo. Non si può non amare tutto questo»

E oggi al Sud c'è un boom di fermento cinematografico e teatrale: tu torneresti a vivere nei posti in cui sei nato?

«Immediatamente. Al Sud si sta troppo bene, noi siamo andati via solo per necessità e mancanza di opportunità. Non vedo l'ora che l'industria cinematografica fiorisca del tutto anche lì, ci tornerei subito a vivere, magari anche in Puglia»

Che progetti hai ora?

«Sto portando in scena un format teatrale che ho creato insieme a Josafat Vagni e Tiziano Scrocca: si chiama 'Pedigrì, cani di razza bastarda', ed è un reading / jam session teatrale in cui portiamo in scena pezzi diversi che scriviamo noi o che scegliamo dalle nostre letture. È uno spettacolo che invoglia alla ricerca, apre la mente, fa conoscere nuovi autori, ma anche riscoprire pezzi del passato. Ci sono alcuni brani di De Filippo scritti negli anni '30 ma ancora attualissimi» 

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