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METAPONTO - Nel ghetto de La Felandina, con i suoi grandi capannoni industriali abbandonati senza essere mai entrati in funzione, alla confluenza della Basentana con la Statale 106, nella fertile pianura ionica lucana. Quattrocento esseri umani “invisibili” vi vivono nel degrado più assoluto. Una condizione disumana. “Ma come fai a non stare così? Campagna è bene ma poche giornate al mese, 8-9. Dove trovi casa? Qui non è vivere, senza acqua, luce, caldo, con immondizia. Ma è sola nostra possibilità”. Così hanno spiegato Aron ed Issah, i nostri “ciceroni” nell’immenso campo di baracche in legno, plastica, cartoni, ricavato all’esterno ed all’interno delle strutture di quello che doveva essere uno dei poli manifatturieri della Basilicata. Così, al degrado produttivo si è aggiunto altro degrado, quello vissuto da persone in carne ed ossa, con i loro bisogni inevasi, con la loro sete di vita più giusta, in quell’Italia che, sinora, ha tradito le loro attese. “Io sono qui da 15 giorni – ha detto Aron, 40 anni. Sono arrivato da Bari e devo andare in Sicilia dove raccoglierò le patate. Spero di trovare qualche giornata di lavoro.

Sono in vostro Paese dal 2008”. “Io, invece - ha aggiunto Issah, 39 anni – è da 6 mesi che vivo qui. Sono arrivato col barcone nel 2011”. I due sono sudanesi ma a La Felandina vivono nigeriani, ivoriani, uomini e donne. “Ma ci sono gente di tutta Africa”, hanno spiegato i nostri due interlocutori. Intanto, eccoci tra le baracche. C’è una sorta di ordine, però, nella loro disposizione. Quadrate, disposte in 3-4 file all’interno dei capannoni. Costruite con il legno dei cantieri abbandonati dell’area industriale fatiscente. Ed avvolte in plastica dura per mantenere un po’ di calore. Molte sono chiuse con lucchetti. All’interno, anche 3-4 brande, attaccate fra loro, qualche bicicletta ridotta all’essenziale, cucine da campo, secchi per i bisogni. Ogni tanto, bidoni con carbonella e resti di legna bruciata. E’ il pericoloso ed unico sistema di riscaldamento esistente. I bisogni corporali? All’esterno, in aperta campagna od al massimo in una sorta di bagno, un metro quadrato, con pareti in legno e plastica. Possiamo fare foto? “Si, ma non prendete nostri visi”. C’è anche tanta dignità in una condizione disumana. “Il lavoro è poco adesso in campagna. In dieci giorni, due volte. Padrone viene al bar la mattina e viene a prendere. Lui, però, deve fare contratto. Senza niente più. Meglio per noi. Noi siamo tutti con permesso di soggiorno”. I due sudanesi hanno spiegato che i “residenti” non sono stanziali ma si spostano. In grandi gruppi. Issah: “Due-tre mesi qui, poi a Nardò, nel Salento; poi ancora a Campobello, in Sicilia. Dove c’è raccolta di frutta e ortaggi andiamo. Ma ora lavoro poco. Quando mercato va male per padrone va male anche per noi”. E’ cambiato qualcosa da quando al Governo c’è il ministro Matteo Salvini? Aron e Issah: “Si. Il lavoro prima era a nero. Ora, no. Solo con contratto. Ma ci pagano uguale. A Metaponto, 30-35 euro al giorno. In altre parti meno. Noi vorremmo più giornate per andare in fitto, casa buona, più pulizia. Ma dove trovare? Speranza? Campagna va pure bene ma ora va male”. 

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