Mercoledì 26 Giugno 2019 | 13:50

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L'architetto italiano di fama mondiale e la sua idea di sviluppo

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I contenitori culturali? Un falso problema, se prima non c’è la cultura. Cosa realizzerei a Matera? Nulla, al massimo demolirei. L’architettura? Ai discorsi da intellettuali preferisco quelli che parlano di persone, di sociale. Pensavano che qui partisse il futuro. Invece sono partiti gli abitanti, non il futuro’’. Massimiliano Fuksas, architetto italiano di fama mondiale, arriva a Matera, ospite di T3 Innovation, per una lectio magistralis davanti a tanti giovani, soprattutto studenti di architettura ma non solo, per parlare di innovazione, futuro, democrazia. Arriva assieme alla sua compagna di vita e di lavoro, Doriana, che lo guarda attenta mentre, prima di incontrare il pubblico, ci concede una lunga intervista mostrando una grande disponibilità prima, durante e dopo la registrazione. «Sono venuto in Basilicata, per la prima volta, quarant’anni fa, in tempi non sospetti» dice. E parla di sud, di Rocco Scotellaro e di peperoni di Senise, paese che dice di conoscere molto bene grazie ai racconti di un caro amico. Arriva camminando con lo sguardo rivolto verso l’alto per ammirare il tufo di Casa Cava, luogo che ospita l’evento. «L’architettura è rivolta all’essere umano - dice - Intorno agli uomini e alle donne si costruisce qualcosa. L’obiettivo non è la pietra, è l’essere umano. La cosa più importante sono le persone che abiteranno quei luoghi. Questo è l’obiettivo dell’architettura».


Qualcuno diceva che l’architettura è il monumento perenne a ciò che siamo. Come ricorderanno la nostra epoca e come ci racconteranno i posteri?
«L’architettura rappresenta sempre noi, anche il nostro peggio. Se venisse qualcuno da un altro pianeta e mi chiedesse di vedere quello che siamo stati in questi anni non gli farei vedere certo Matera. Gli farei vedere le periferie, che rappresentano esattamente quello che abbiamo fatto per sopravvivere in una condizione difficile. Una condizione dettata dall’aumento di abitanti. Abbiamo abbandonato luoghi storici, le nostre radici, soprattutto al sud».


Se ne avesse l’occasione cosa vorrebbe realizzare a Matera?
«Nulla. È stato tutto fatto. Meno si tocca e meglio è. Anzi, più che realizzare vorrei distruggere. Per esempio l’ingresso alla città non è il posto più bello del mondo. Entrando mi chiedevo: ma dove sta Matera? Io non venivo qui da quarant’anni e non riuscivo a trovarla».


Cosa pensa del sud? Tempo fa, in un’intervista, disse che le mete turistiche che avrebbe consigliato ad un amico sarebbero state la Puglia e Matera.
«È evidente che c’è una riscoperta, ne parlano un po’ tutti in tutto il mondo. Di questa regione, in particolare, si conosce e si parla di Matera, ancora la Basilicata è poco conosciuta. Anzi, è conosciuta per le estrazioni del petrolio. Se non vi riprendete, voi giovani, questa terra con coraggio credo che massacreranno quel poco che è rimasto».


E, invece, cosa consiglia alla Basilicata?
«Prima di tutto dovete farvi un treno. E non è possibile nemmeno impiegare tanti anni per restaurare il Duomo».
C’è anche una grande carenza di spazi culturali. Per esempio Matera, capitale Europea della cultura 2019, non ha un teatro.
«Per me questo è un falso problema. Prima bisogna fare cultura e poi troviamo dove metterla. Oggi, invece, l’Italia è piana di contenitori culturali che spesso nascono quando non si sa che fare».


E quelli che chiamano «polifunzionali»?
«Che brutta parola! Durante una mia conferenza a Parigi all’inizio degli anni Ottanta dissi che l’unico spazio polifunzionale era il letto perché ci si poteva dormire, mangiare e fare tante altre cose. Le idee possono nascere ovunque. La poesia, come diceva Rocco Scotellaro, nasce dappertutto. Anche in un porcile».

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