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lessico meridionale

«Re internet» non è sempre infallibile

Quando c'è la salute, c'è Michele Mirabella

Fare una ricerca sul web oggi è sempre meglio che studiare. Il disorientamento dei lettori è enorme

04 Settembre 2022

Michele Mirabella

«Faccio una ricerca su Internet» è una frase grimaldello che si sente sempre più di frequente e che ha assunto un’aura strana, quasi sciamanica o da sortilegio. All’università, dove, peraltro, la rete svolge una funzione cruciale, sempre più spesso «la ricerca su Internet» si erge autoritaria e quasi minacciosa tra studenti e docenti e se i professori stessi l’hanno istigata, essa, tuttavia, si alza come un feticcio inappellabile. E il mondo, dalla rete, capitombola tra i nostri piedi, nelle nostre case. Tutto a portata di mouse. Parafrasando Flaiano, quando sento dire da uno studente che farà una ricerca su Internet, mi viene spontaneo commentare: «Sempre meglio che studiare».

Una fida Rosaria, cameriera della mia infanzia, quando sentiva alla radio la notizia di un cataclisma, sospendeva per un attimo ogni faccenda e prestava orecchio vigile e attento, trasalendo visibilmente, salvo a rifiatare sollevata se, a completamento del comunicato, lo speaker informava che l’evento era accaduto in una plaga lontana. Ho sempre sospettato una certa malizia del giornalista che partiva spettacolarmente con «Trecento dispersi in un terremoto…(pausa)…in Azerbaigian». Antonietta si bloccava sui trecento dispersi con la bocca aperta e la scopa in mano, poi a «Azerbaigian» diceva «Ah, meno male» e riprendeva il lavoro tranquilla e indifferente a quelle vittime esotiche e lontane.

Io, bambino, sapevo vagamente dove fosse l’Azerbaigian grazie solo ai francobolli da collezione, ma mi dispiaceva lo stesso per i trecento dispersi e speravo che li ritrovassero. La notizia per me c’era tutta e drammatica, per giunta. E i trecento dispersi, comunque, «facevano notizia». Poveri loro. Poveri loro che non avevano letto i discorsi di Churchill, che suonerebbero sadici: «Meglio fare le notizie che riceverle» diceva. Che è come dire, e lo aggiungeva, «meglio essere attore che critico».
Con il Web oggi è dato a tutti di «fare le notizie» e nessuno deve più accontentarsi di riceverle. I confini del villaggio si sono allargati a dismisura e, paradossalmente, il mondo si è rimpicciolito al punto che, finalmente, ci commuovono anche i terremoti in Asia o le epidemie in Africa. Restiamo, però, ancora generalmente indifferenti agli incidenti d’auto nel Nevada o alle rapine in Australia. Presto, quando si rimpicciolirà di più il mondo, presteremo attenzione anche agli scippi a Città del Messico o alle bustarelle di Pechino. Tutto il mondo è paese, ma pensavamo ad un senso diverso dell’adagio, che volesse bonariamente affermare che siamo uomini, tutti uomini, con virtù scarse, privati vizi e virtù e pubblici difetti, umanamente simili in tutto. Anche nella percentuale di caporali. Secondo Totò.

Il paese globale che siamo diventati, grazie anche alla «rete», non consente più indifferenza o disinteresse, però implica avidità di notizie, fame di quella comunicazione ininterrotta che sembra prevalere sull’ottimo costume della notizia da dare quando c’è e solo quando c’è. L’incubo del dover riempire una prima pagina a tutti i costi comporta l’horror vacui che rischia di contaminare la nostra esistenza quotidiana che è pari solo alla cinica indifferenza di quelli che non sapevano guardare di là dalla cinta dialettale per interessarsi di qualcosa. Se la notizia non c’è, non c’è. Punto. È inutile ricorrere ai «forse» e ai «si dice» o, addirittura, spintonando la verità, al «prima o poi accadrà e, quindi, tanto vale…«. La morale di chi pratica questo stile aberrante è: meglio dire una bugia che rischiare di «bucare» la notizia. Tanto, poi, siamo sempre pronti a smentire. E chi s’è visto s’è visto.

Il disorientamento del lettore è enorme e moltiplicato dal Web che frulla e distribuisce una quantità enorme di informazioni che finiscono per nauseare come una immane indigestione. L’occasione più ghiotta, oggi, è la vigilia di elezioni: la fantasia si incarica di trasformare le ipotesi in provocazioni, le congetture in sfide, le illazioni in fatti, forse, per sfamare la nostra ansia di aver qualcosa in prima pagina: se non il mostro, almeno il candidato e la smentita il giorno dopo. Forse per sfamare il rovello che inquieta i nostri sospetti o, forse, solo per sfamare il giornalista. Il fatto è che i giornali, i radio e telegiornali, devono uscire ogni giorno, più volte al giorno. E i media informatici spargono il loro pulviscolo ogni attimo. Ossessivamente. E, se la notizia non c’è, la inventano. Quando c’è penuria di notizie «notiziabili», s’inventa qualsiasi cosa. Una volta si ricorreva agli innocenti dischi volanti o a quel simpaticone dell’«abominevole uomo delle nevi», oggi, qualche volta, si pesca nel torbido o nel falso: è il caso dell’infamia del sentito dire che Piero Angela sia morto per il vaccino anti-Covid. Bernanos scrisse: «Ad un certo punto uno scrittore deve scegliere tra il conservare la fiducia dei lettori o il perderla. Egli preferiva perderla anziché ingannarli».

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