Venerdì 20 Maggio 2022 | 05:40

In Puglia e Basilicata

Lessico meridionale

Dal «sì» di Dante difendiamo l’italiano

L’antico sodalizio tra la Puglia e Dante: oggi la giornata dedicata al Sommo Poeta

«Parla come ti ha fatto mamma» è il principio per non disperdere il nostro patrimonio culturale

27 Marzo 2022

Michele Mirabella

«Parl com t’ha fatt mamt» da noi era e, ancora, resta in auge, la famigliare ingiunzione comminata dalla saggezza popolana a quelli che si «storcono» nel parlare. Storcersi sta per contorcersi nello sforzo di affettare un registro linguistico estraneo alle abitudini e alle inclinazioni spontanee. Costoro parlano, sempre secondo il malizioso Bertoldo che alligna nel popolo, il «giargianese». La parola meriterebbe la maiuscola perché è il nome di una lingua gergale: quella che esprime il vanitoso che vuole esibirsi in un registro che non conosce bene, affettando fonetica, pronunzia, grammatica e sintassi che non padroneggia. Con esiti comici

Ed ecco l’invito: «Parl com t’ha fatt mamt», parla come ti ha fatto tua madre. Ma, oggi la madre è l’Italia tutta. Oggi, proprio nel senso letterale del termine: scrivo in data 26 marzo. E, in Italia, si parla l’Italiano. E parlano in Italiano molti stranieri che noi, a diverso titolo, ospitiamo. E a diverso indice di gradimento: basti citare la moltitudine di ucraini che vivono già in Italia e altri che arrivano sospinti dalle vicende belliche. La verità è che percepiscono, costoro, che la lingua neolatina per eccellenza è madre di civiltà e che la lingua italiana è stato il vero legame del Paese, di chi lo abitava, delle sue e loro storie.

«Anche se l’unità venisse infranta, come alcuni vogliono, non verrebbe comunque meno l’italiano». Lo disse Umberto Eco al convegno del Quirinale su “La lingua fattore portante dell’identità nazionale” e spiegò come, per paradosso, «gli unici che ritengono l’italiano come base della nostra unità sono quelli a cui dà noia l' Italia post-risorgimentale e vorrebbero scrivere i cartelli stradali in dialetto».

Insomma, la lingua, all' origine, non fu fattore di unificazione della nazione: Cavour nel marzo del 1861 scrisse al D'Azeglio una lettera in francese, però, subito dopo cominciò un paziente, incessante lavorio insostituibile compiuto con tutti gli abitanti della penisola.

Nelle trincee della Grande Guerra si mescolarono con fraternità appassionata, le parlate di tutta la Patria, poi nel tramestio vociante del ventennio che, a modo della dittatura, modernizzò il Paese e, infine, grazie ai media e, soprattutto, alla televisione, l’Italiano si impose definitivamente come lingua nazionale.

Questo idioma unico, paradossalmente, nella dannata ipotesi della «disunione», diventerebbe indispensabile.

Ma qual è l’italiano parlato oggi, a centosessantun’anni dall' Unità?

«L'Italia non si è assestata sull' italiano basico di Mike Bongiorno», spiegava Eco. Con ragione chiosava: «Se parlate con un tassista di oggi, è come un laureato degli anni Trenta. Parla un italiano medio-alto ai figli che non sanno più parlare italiano». La pratica degli sms ha portato uno studente a leggere "Nino Bixio" come "Nino Bi per Io"». Questa è una generazione che non legge più i giornali e non guarda più neppure la tv, dove almeno potrebbe trovare qualcuno che parla un italiano ragionevole, quanto alla forma, almeno.

Ma la difesa di una lingua non consiste nella sua imbalsamazione, bensì nella tutela della sua vita fremente che muta incessantemente, ma a condizione che la si difenda nella sua forma e nei suoi registri. Ognuno è libero di variarli, ma tutti sono tenuti a rispettarne le fonti e a conoscerne le origini. La parola Italia è un esempio perfetto. Nasce prima della nazione che designa, prima della Patria che così si chiama, prima e compiutamente della nozione che tutto il mondo conosce.

Metternich sostenne, come ci ricordavano con risorgimentale indignazione i maestri delle elementari, che l’Italia era solo «un’espressione geografica». Aveva ragione. Era tale, però, come non le erano mai state le altre nazioni che conquistarono il nome solo dopo aver raccolto intorno ad un’idea unitaria lo spezzettamento ereditato dalle brume dell’antichità e dal dominio imperiale di Roma. Era tale, ma in attesa di diventare un’espressione politica. E l’Italia lo diventò, e come.

Shelley ci riscattò proclamando ammirato: «Tu paradiso degli esuli, Italia!». Fu parlando l’Italiano che il nostro cominciò a diventare quel Bel Paese salutato da Dante che per primo lo vantò per un suono, quello del «sì». Il «sì» che assevera la volontà unitaria e la sete di libertà che conclude “Il canto degli Italiani”, “Fratelli d’Italia”, per intenderci. Quel «Sì!» urlato nella lingua che usiamo quando parliamo «com ci ha fatt mamm».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725