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L'inchiesta

Maxievasione con fotovoltaico
nascosti ricavi per 160 milioni

Nel mirino della Finanza di Lecce una società iberica che non avrebbe pagato tasse per 30 milioni

Maxievasione con fotovoltaiconascosti ricavi per 160 milioni

Soldi in Spagna, debiti in Italia e tasse mai versate. Una strategia ben precisa, secondo gli inquirenti, quella messa in piedi da una multinazionale con sede a Madrid, titolare di grandi parchi fotovoltaici a Lecce e Brindisi, oltre che nel resto d’Italia. Un gioco che, tramite la creazione di due società di fatto scatole vuote, avrebbe portato all’evasione di 30 milioni di euro e a incassi puliti, mai dichiarati al fisco, per 160 milioni oltre 9,5 milioni di Iva. È il risultato a cui è giunto il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, al comando del colonnello Nicola De Santis. Le indagini sono state avviate un anno fa dalla Procura salentina, poi trasferite per competenza a quella di Roma.
Denunciato per omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali il legale rappresentante del gruppo spagnolo, risultato anche amministratore delle società italiane con sede nella capitale e scritture contabili a Lecce. Sono in corso, inoltre, accertamenti patrimoniali per individuare i beni da sottoporre a sequestro per un valore pari alle imposte evase.
Pochi dubbi, per gli investigatori, sul meccanismo architettato: le due imprese italiane fungevano da schermo dietro il quale agiva la capogruppo iberica, le sue braccia operative, insomma, per firmare contratti con i fornitori, quasi mai onorati.
Il vantaggio, in questo modo, era duplice. In primis, le società “figlie” giravano gli introiti a quella madre, non versavano le imposte, non presentavano le dichiarazioni annuali e pagavano i fornitori solo in parte, motivo per cui, alla fine, sono state dichiarate fallite, lasciando gli imprenditori a bocca asciutta. Poi, l’altro risvolto: stando alle indagini, la capogruppo di Madrid ha potuto così competere sul mercato praticando prezzi concorrenziali, resi possibili dall’illecito risparmio d’imposta e dall’omesso pagamento dei beni e servizi acquisiti. Avrebbe agito consapevole che le responsabilità per le violazioni commesse sarebbero ricadute sulle società appositamente create in Italia.
Così, secondo la Procura capitolina, si distorce la concorrenza: niente tasse e parchi fotovoltaici costruiti praticamente a costo zero, anzi, addebitando di fatto le spese ai fornitori.
Non è stato semplice ricostruire la trama di tutto quanto sarebbe stato pianificato a tavolino. Le indagini sono partite da presunte irregolarità fiscali nella importazione di pannelli fotovoltaici da Paesi extra-UE, Cina soprattutto. Poi è emerso il resto e il vero ruolo delle società italiane appositamente create. La prima sarebbe stata costituita al fine di procacciare clienti interessati alla realizzazione di impianti di rilevanti dimensioni, tra cui quelli salentini. La seconda, invece, era incaricata di organizzare i lavori sul campo, opere di fatto poi sub-appaltate ad altre imprese, e di acquistare le materie prime necessarie (pannelli, cabine elettriche, cavi). I contratti venivano, però, solo formalmente sottoscritti da queste società, completamente prive di uomini e mezzi e sotto il controllo totale della capogruppo, che le gestiva tramite i propri manager e seguiva tutte le trattive.
Dopo la messa in funzione dei parchi del sole, è arrivata la dichiarazione di fallimento e il castello di sabbia su cui l’intera impresa si è retta finora.

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