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La festa nel giorno del lutto nazionale

Giusto o no fare la Notte della Taranta?

Carmen Consoli

Il dilemma di fermarsi il giorno dei funerali dei terremotati: alla fine, the show must go on

27 Agosto 2016

Enrica Simonetti

Troppe «T» in comune tra tarantati e terremotati: ma cosa possono condividere una folla che balla a ritmo di pizzica e un popolo al quale il ballo improvviso della terra ha tolto tutto, anche la vita? Sì, una festa può diventare un abbraccio solidale, ma può anche corrispondere alla logica dello show must go on.
La musica è un mezzo potente e meraviglioso. Victor Hugo la considerava capace di esprimere ciò che non si può tacere e in questi momenti drammatici in cui, a poche ore di autostrada da noi, c’è una catastrofe umana in atto, con 281 salme e migliaia di sfollati, non si può tacere la rabbia, l’indignazione, la persecuzione di un destino che ai nostri tempi non dovrebbe essere ineffabile ed invece lo è.
E non si può tacere - ci scusino i «tarantati» di stasera a Melpignano - che oggi guardare su un canale Tv le scene di disperazione dei terremotati e su un altro quelle di partecipazione dei fan pizzicati non sarà facile. E infatti ci sono state ore, ieri mattina, in cui sembrava che la «Notte» dovesse saltare per rispetto al lutto nazionale: a Lecce si è tenuto persino un vertice in Prefettura per decidere il da farsi e alla fine si è scelto per far andare avanti lo show, ma con l’idea di devolvere i cachet degli artisti alla ricostruzione dei paesi martoriati dal sisma. Opinioni, sensibilità: ognuno fa come si sente di fare, anche se sembra un po’ criticabile l’espressione di Carmen Consoli: «Se la Notte della Taranta deve fermarsi, allora devono farlo anche medici, ingegneri e muratori. Il nostro non è un lavoro di serie B, non ci sto». Bah. Nella concitazione della giornata, la Consoli ha scelto come termine di paragone lavori che decisamente non creano feste oceaniche di piazza come la Taranta, ma vabbè.
La «cantantessa» è andata oltre e ci ha ricordato che le radici della Taranta affondano nella sofferenza e nella guarigione, cosa senz’altro vera, ma che non vorremmo raccontare a chi si trova in questo sabato di agosto davanti a un figlio perso, a un volto rimasto sotto le macerie. Ne siamo consapevoli: la musica dà pace e consola, è un rifugio e - lo diceva Bach - aiuta a non sentire il silenzio che c’è fuori. Anche quando troppe voci dimenticano il valore del tacere.
Il mondo dello spettacolo, visto dalla nostra postazione video qui in redazione, è apparso ieri diviso e fantasioso al tempo stesso. C’è chi ha annullato completamente gli appuntamenti, chi - come per il concerto di Goran Bregovic a Ostuni - lo ha rinviato alle 0, 01 e cioè appena scattata la fine del lutto nazionale. E ancora: c’è chi ha scelto - come a Melpignano - la generosa strada della solidarietà, promettendo di devolvere gli incassi ai terremotati. Bene anche per i musei di Puglia, i cui biglietti pagati oggi saranno destinati al fondo regionale per la ricostruzione.
Che dire. Ognuno ha una sua reazione davanti a quella terribile evenienza che è la morte. Va detto, senza finti luoghi comuni, che non ci può essere una risposta che si può definire «giusta», perché ciò che accade nel cuore di ciascuno di noi è depositato laggiù, ben distante dal voyeurismo di un post su Facebook. Impossibile, quindi, «catalogare» la reazione intima di una massa di 200mila persone, come quella che oggi si appresta a cavalcare le note della Notte della Taranta. Forse spostare il tutto a domani sarebbe stato impossibile per motivi logistici, forse (speriamo!) qualcuno ci avrà provato inutilmente. E ancora: forse tra i tanti che balleranno stanotte, ci sarà vera comprensione e solidarietà; forse il ringraziamento lanciato dal sindaco di Amatrice ai responsabili del Concertone ci fa capire che è inutile avvitarsi su cosa si doveva fare o non fare.
The show will go on, the show must go on, fu l’indimenticabile canzone-testamento di un Freddie Mercury vicino alla sua fine, una poesia triste che ben s’attanaglia - hai voglia a ballare... - a questa estate così disperata, così strattonata da venti infausti.
Lo spettacolo deve continuare. E del resto, si dovrebbe fermare ogni giorno per un dolore. Per tutti i corpi che ogni giorno annegano nei nostri mari, per i barconi degli immigrati ogni giorno trascinati da uno scafista impunito o per quelli che muoiono, che soffrono, che non hanno una casa, che sono poveri o respinti a un confine. La musica ha un suo tempo ma non riesce a sopprimere il nostro difficile Tempo. E perciò: alla fine chi ha voglia, ci balli su. Ma faccia un po’ meno show.

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