Nel tempo del «pulviscolo informativo», in cui le notizie circolano senza firma, senza fonte e spesso senza verifica, il giornalismo è chiamato a riaffermare la propria funzione pubblica. Non come esercizio nostalgico di un mestiere che cambia schiacciato dal peso della tecnologia, ma come risposta necessaria a una crisi di fiducia che attraversa i media e, con essi, il rapporto tra cittadini e istituzioni. È dentro questo scenario che FIGiLo, il Festival dell’Informazione Giornalistica Locale, che ha chiuso lo scorso fine settimana a Gallipoli i battenti della sua decima edizione, ha scelto di collocare il proprio confronto, partendo dal cuore della professione: l’informazione di prossimità, la deontologia, la responsabilità verso i cittadini.
Un terreno che chiama direttamente in causa l’Ordine nazionale dei Giornalisti e il suo presidente Carlo Bartoli, impegnato dal 2021 a guidare la categoria in una fase di trasformazione profonda. L’impatto dell’intelligenza artificiale sulle redazioni, la frammentazione del sistema informativo, la sovrapposizione sempre più frequente tra informazione, comunicazione e marketing rendono oggi più fragile, ma e allo stesso tempo anche più decisivo, il ruolo del giornalismo come presidio democratico.
Non è un caso che FIGiLo abbia scelto di partire dal giornalismo locale. Dal bilancio del Festival emerge che l’informazione di prossimità non è una declinazione minore del sistema mediatico, ma la sua infrastruttura portante.
Presidente Bartoli, FIGiLo nasce e cresce intorno al giornalismo locale. Dal punto di vista dell’Ordine nazionale, quanto è strategico oggi il ruolo dell’informazione di prossimità per la qualità della democrazia?
«L’informazione locale è sempre stata strategica e lo sarà ancora di più in futuro. È l’informazione più esposta al controllo diretto dei cittadini e dell’opinione pubblica, quindi quella che, più di ogni altra, è chiamata a essere verificata, corretta, credibile. È anche il punto di partenza dell’intero circuito informativo: da lì nascono le notizie che poi alimentano il flusso nazionale. Senza una buona informazione di prossimità, viene meno la qualità complessiva dell’informazione e, di conseguenza, la qualità stessa della democrazia. Senza un giornalismo di prossimità solido, capace di leggere i fenomeni dal basso, il racconto pubblico rischia di diventare astratto, lontano dalla vita reale delle persone».
Il nuovo Codice deontologico dei giornalisti è entrato in vigore da pochi mesi. Qual è il messaggio più forte che l’Ordine nazionale intende lanciare alla categoria in questa fase di cambiamento?
«È un’occasione importantissima per il giornalismo, soprattutto per dimostrare ai cittadini quanto la professione tenga al rapporto con l’opinione pubblica, alla correttezza dell’informazione, al rispetto delle persone e dei diritti. Viviamo in un contesto in cui sul web circolano informazioni, o presunte tali, di cui non si conosce l’origine, l’intenzione, il tempo di produzione. Un universo informativo frammentato, privo di certezze. In questo scenario, la deontologia e l’etica dei giornalisti diventano un ancoraggio fondamentale per l’opinione pubblica. È quello che definisco “pulviscolo informativo”. In un sistema digitale in cui circolano informazioni di cui non si conoscono origine, intenzione e contesto, la deontologia diventa un elemento di riconoscibilità, un segno distintivo del giornalismo professionale».
Processi mediatici, violazioni della privacy e spettacolarizzazione del dolore tornano spesso al centro del dibattito. Come si può ristabilire un equilibrio tra diritto di cronaca, rispetto delle persone e responsabilità sociale del giornalismo?
«Da più parti (politica, istituzioni, avvocatura, magistratura) si denunciano i cosiddetti “circhi mediatici”, ma spesso si dimentica che quegli stessi ambienti contribuiscono ad alimentarli. Da tempo, come Ordine, chiediamo al Garante della privacy di riattivare il tavolo di controllo sul modo in cui le emittenti televisive trattano i temi della giustizia e della cronaca nera. È un appello che finora è rimasto inascoltato: quel tavolo non si riunisce da anni. Senza un confronto serio e continuo, il rischio è che le regole restino sulla carta mentre la spettacolarizzazione continua a produrre effetti distorsivi, sia sull’opinione pubblica sia sulle persone coinvolte».
Intelligenza artificiale e piattaforme digitali stanno incidendo profondamente sul lavoro delle redazioni. Quali sono le priorità su cui l’Ordine è chiamato a intervenire?
«L’intelligenza artificiale può essere uno strumento molto utile: consente di velocizzare il lavoro, approfondire, analizzare grandi quantità di dati e persino sviluppare inchieste che altrimenti sarebbero difficili da realizzare. Il punto fondamentale, però, è chi guida chi. Lo dice chiaramente anche il Codice deontologico: deve essere l’intelligenza umana a governare l’intelligenza artificiale, non il contrario. Subirla passivamente avrebbe conseguenze disastrose. È indispensabile che il lettore sappia quando un contenuto è prodotto, in parte o del tutto, con l’ausilio dell’IA. Ma la responsabilità resta sempre e solo del giornalista e del direttore».
Infine, tocchiamo un campo minato. Oggi il confine tra informazione, comunicazione e marketing appare sempre più labile. Quali limiti devono restare invalicabili per tutelare credibilità e autonomia della professione giornalistica?
«Il confine, in realtà, è molto semplice. Chi fa informazione non riceve denaro da aziende o enti per parlare bene di prodotti, atti o soggetti. Il giornalista fa inchieste, valuta, giudica, critica quando è necessario e riconosce i meriti quando lo ritiene giusto. La pubblicità serve a orientare il marketing e la comunicazione, non l’informazione. Chi paga le inserzioni non può e non deve influenzare i contenuti. Se questo confine salta, salta la credibilità del giornalismo».
















