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In Puglia e Basilicata

L'intervista

Torna l’autonomia, è scontro Nord-Sud. Viesti: sanità e istruzione allo Stato

Gianfranco Viesti

Gianfranco Viesti

Tra i sostenitori l’economista Gianfranco Viesti che attacca: «Non è più una questione di soldi ma di competenze. Le richieste siano regolate»

20 Giugno 2022

Leonardo Petrocelli

«La questione non è economica, è politica. Perché qui si tratta di capire come far funzionare l’Italia». Gianfranco Viesti, economista e saggista barese, è da sempre fra i più critici avversari dell’autonomia differenziata, ribattezzata in un fortunato saggio laterziano del 2019 «la secessione dei ricchi». Oggi è fra gli animatori della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare contro i venti federalisti che spirano da Nord. Insieme al giurista Massimo Villone, Viesti la illustrerà venerdì alla Camera dei deputati.

Professore, il tema dell’autonomia differenziata sembrava archiviato. Cosa è successo?
«L’autonomia è tornata alla ribalta con la diffusione della bozza di legge quadro diffusa dal ministro Maria Stella Gelmini. Anche se non è chiaro di che natura sia la spinta politica e soprattutto ad opera di quali forze. È una grande partita a scacchi».

La Lega perora la causa dell’autonomia con convizione...
«Vero, ma non si capisce, per esempio, quale sia l’orientamento di Forza Italia. E d’altra parte è stupefacente constatare come né Pd né FdI abbiano una posizione sull’argomento. È un segno di difficoltà tattica, perché così si cerca di non scontentare nessuno, ma anche strategica perché vuol dire che i partiti non hanno una idea precisa sulla ripartizione delle competenze fra Stato e Regioni».

Conviene allora partire dai territori capofila della crociata autonomista: Lombardia, Veneto e la «rossa» Emilia Romagna. Senza dimenticare la Toscana.
«Allora, le prime tre sono e restano le capofila. Da prima del Covid, però, ad esse si sono affiancate Piemonte e Liguria. E poi c’è il singolare caso della Toscana: la precedente Giunta regionale era contrarissima, quella attuale è favorevolissima. E sono due giunte espressione della stessa parte politica. La confusione è grande».

Entriamo nel merito: qual è il nodo?
«Il problema principale è stabilire come funziona l’Italia. Fin dall’inizio le tre Regioni capofila hanno chiesto per sé competenze straordinariamente ampie perché l’articolo 116 comma 3 della Costituzione prevede tale possibilità e loro si sono lanciati, domandando tutte quelle possibili. Il punto è proprio questo».

La legge quadro non migliora la situazione?
«Innanzitutto non mi sembra che le richieste delle tre Regioni siano state modificate. Sono sempre quelle e vanno dalla regionalizzazione della scuola (esclusa l’Emilia) alla cessione della proprietà delle grandi infrastrutture, passando per energia, ambiente, cultura professioni. Ma c’è dell’altro».

Prego.
«Nella bozza non è individuato alcun criterio in base al quale concedere le competenze. Tutti possono chiedere tutto, di fatto rischiando di cambiare surrettiziamente l’articolo 117 che prevede chi fa cosa fra Stato e Regioni».

Il ministro per il Sud, Mara Carfagna, ha scelto una posizione mediana. Non rifiuta l’idea dell’autonomia ma fissa dei paletti: coinvolgimento del Parlamento, determinazione dei Lep (Livelli essenziali di prestazione, ndr) e abbandono del principio della spesa storica. Una buona mediazione?
«Il pieno coinvolgimento del Parlamento è essenziale. Di chi è l’autostrada del Sole o come funziona la scuola sono cose fondamentali su cui l’Aula deve necessariamente esprimersi».

E il resto?
«Le questioni dei Lep e della spesa storica in questo momento non sono la priorità. Lo sarebbero se si decidesse, in modo scellerato, di regionalizzare la scuola. Ma non siamo ancora a quel punto. Oltretutto la parte del finanziamento è meno centrale rispetto al 2019 perché non si parla più della possibilità di trattenere sul territorio regionale parte del gettito fiscale».

E dunque qual è la priorità?
«Il tema non è economico, è politico, di premessa: ha senso concedere ad alcune Regioni poteri tanto ampi? E se sì, perché non darli a tutte? Di fatto, si vuole cambiare l’assetto dei poteri in Italia: è su questo che la Carfagna non si esprime».

E veniamo alla vostra iniziativa. A cosa mirate?
«Siamo un gruppo di cittadini, prevalentemente accademici ma non solo, che presentano una proposta di legge di iniziativa popolare di riforma della Costituzione per fissare alcuni principi che riteniamo inderogabili».

Dove volete intervenire?
«Innanzitutto, sul comma 3 dell’articolo 116 proponendo che la cessione di ulteriore autonomia sia legata a una specificità territoriale. Poi puntiamo alla reintroduzione della clausola dell’interesse nazionale, in passato già presente nella Carta. E infine interveniamo sui nodi procedurali rilevando come gli effetti dell’autonomia si riverberino anche su altri territori: se concedo poteri in materia energetica al Veneto la cosa riguarderà non solo i veneti ma anche i pugliesi. Tutto va valutato in base alle conseguenze che si producono ad ampio raggio».

E per quanto riguarda il famigerato articolo 117?
«Vogliamo riportare sotto la podestà esclusiva dello Stato la tutela della salute, la scuola, l’università e la ricerca. Non siamo nostalgici dello Stato centrale e dei podestà, sia chiaro, ma abbiamo in vista una equilibrata gestione delle competenze con alcuni punti fermi su cui riteniamo si debba ragionare con sguardo nazionale».

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