Continua la nostra serie di interviste dedicate alle energie rinnovabili e, in particolare, all’eolico offshore. Dopo Fulvio Memone Capria (Aero), Daniela Salzedo (Legambiente), Michele Scoppio (Gruppo Hope), Ksenia Balanda (Nadara), Riccardo Toto (Renexia), oggi ne discutiamo con Francesco Amati, General Manager di Vesta Italia.
Negli Anni 90 esisteva a Taranto la West spa (Wind Energy Systems Taranto) azienda di Ansaldo-Finmeccanica, dove già si progettavano e realizzavano turbine. Un embrione di stabilimento produttivo e un buon know how di partenza. Per questo Vestas - gigante globale capofila nella produzione, vendita, installazione e manutenzione delle turbine - decise di investire alla fine del decennio con una joint venture 50-50 con la West. L’uscita di scena di Ansaldo Finmenccanica permise a Vestas di acquisire il 100% e di «avviare una storia imprenditoriale che oggi vanta un occupato nazionale di 2700 unità fra uffici, service point e attività produttiva, 2200 delle quali sono a Taranto». Riannoda i fili della storia, Francesco Amati, General Manager di Vestas Italia, indicando le prospettive (e le criticità) dell’eolico italiano.
Amati, partiamo dal futuro: l’eolico si affermerà in modo crescente tra le energie rinnovabili?
«Parliamo di una tecnologia matura. Ma per vincere la sfida bisogna affrontare una serie di ostacoli che ci sono lungo il percorso».
Proviamo a indovinare il primo, molto italiano: la burocrazia?
«Non c’è dubbio. Per arrivare a costruire un parco eolico i nostri clienti affrontano una lunghissima trafila. Talmente lunga che, nel frattempo, la tecnologia spesso cambia, evolve. E quindi bisogna aggiornare le autorizzazioni. Senza dimenticare la frammentazione regionale, se non microterritoriale: alcune regole mutano da Regione a Regione e questo, inevitabilmente, impatta sul business».
Altre difficoltà?
«Certamente il celebre n.i.m.b.y., cioè not in my back yard. In italiano si può tradurre con “non nel mio cortile”. È il rifiuto sistematico che spesso viene opposto dalle comunità locali a un’opera strategica come può essere un parco eolico: va bene, ma non a casa mia. Un altro problema tutto italiano che nel Centro e Nord Europa non esiste. Lì queste tecnologie vengono considerate necessarie. E poi, per concludere, c’è tutto il capitolo sulle fake news...».
...le fake news sull’eolico?
«Se cerca su Google ne troverà di esilaranti: le pale che vanno a diesel, quelle che risucchiano l’energia del vento e lo indeboliscono, le mucche che non fanno più latte. Viene da sorridere, ma tutto questo non fa bene allo sviluppo del Mezzogiorno che è la terra d’elezione dell’eolico e, in generale, delle energie rinnovabili».
Le criticità elencate finora valgono, in egual modo, per l’eolico onshore (su terra) e per quello offshore (galleggiante in mare)?
«Partiamo da una premessa: la capacità elettrica nazionale, da tutte le fonti, è di 120GW. Con 14GW all’attivo, l’eolico pesa per circa il 10% di cui Vestas copre la metà. Parliamo principalmente di impianti a terra perché, per l’offshore, bisogna guardare più in là nel futuro. Ci sono progetti in fase di autorizzazione per un totale di 90-100 GW, un’enormità, ma si tratta di un altro settore con difficoltà aggiuntive».
Per esempio?
«La fase progettuale, così come quella realizzativa, può costare 5-10 volte di più. E soprattutto non sono ancora state sbloccate le aste incentivanti e le tariffe non sempre si adattano al business case dell’offshore e si parla di rivedere alcuni parametri. Insomma, ci vorrà tempo».
Stringiamo la telecamera sulle turbine. Voi lavorate sia sulla sostituzione di strutture «datate» (repowering) sia sulla costruzione di impianti ex novo (greenfield). Quale segmento tira di più?
«Nei famosi 14GW installati circa 2000 turbine eoliche hanno più di 15 anni di vita. Dunque siamo attivi in entrambi i settori ma notiamo che molti operatori stanno pianificando le sostituzioni».
Quali sono i vantaggi?
«C’è un rapporto di una a dieci. La stessa potenza offerta da dieci vecchie turbine la offre una sola di nuova generazione. L’impatto visivo è migliore e si riducono i costi di opere civili ed elettriche. Dei 940MW assegnati nell’ultima asta del FerX transitorio metà sono repowering».
Altro capitolo spinoso. Il trasporto delle turbine pone problemi di carattere logistico?
«Le turbine di nuova generazione sono più grandi di quelle del passato. Quindi sì, ci sono delle criticità logistiche: le componenti arrivano nei porti e poi vengono trasportate verso i siti di installazione. Dunque c’è un tema di viabilità che interessa ponti, tratturi, strade spesso inadeguate. E c’è il tema dei permessi per le modifiche stradali e il transito sui ponti. Come per la burocrazia, è tutto molto frammentato. Ci vorrebbe una regia unitaria».
Alla fine, il business si sviluppa grazie all’Italia o nonostante l’Italia?
«Si sviluppa in Italia nonostante tutte le difficoltà di cui abbiamo parlato. Ma i piani italiani ed europei ci sono. Certo, sarà molto difficile, se non impossibile, raggiungere la quota di 28GW di eolico entro il 2030 ma, in generale, rimango ottimista. Per questo Vestas si impegna in molte iniziative per combattere burocrazia e fake news, nonché spiegare il valore sociale dello sviluppo green».
A proposito della dimensione sociale, tiene banco da settimane la questione del trasferimento del magazzino di Taranto a Melfi. Vestas abbandona la città jonica?
«Assolutamente no. È solo una questione logistica. L’area tra la Basilicata, la Campania e il nord della Puglia è densamente eolica e abbiamo bisogno di essere vicini ai siti, anche con le componenti, per manutenere i parchi. Per questo abbiamo ritenuto di posizionarlo lì: non abbandoniamo Taranto e non licenziamo nessuno».
Però i lavoratori tarantini chiedono di essere tutti ricollocati in Vestas Blades per scongiurare un trasferimento di 200 chilometri. È fattibile?
«Vestas è vicina alle esigenze dei dipendenti. Stiamo studiando una possibile via d’uscita, di certo faremo il possibile per trovare una soluzione dialogando con i sindacati».
















