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Il Nord rilancia l’autonomia: parte il contrattacco da Sud

Il Nord rilancia l’autonomia: parte il contrattacco da Sud

L’iniziativa per «blindare» la Costituzione: le richieste siano regolate. L'intervista a Viesti: «Non è più una questione di soldi»

20 Giugno 2022

Leonardo Petrocelli

La pandemia con il suo «nessuno si salva da solo» e il crollo di alcuni miti dell’efficientismo sanitario (Lombardia in testa), sembrava aver raffreddato i bollenti spiriti dei federalisti. E invece ci risiamo. Il fantasma dell’autonomia differenziata torna alla ribalta nella forma della bozza di legge quadro del ministro per le Regioni Maria Stella Gelmini.

Non è precisamente la stessa solfa del 2018-19, biennio agitato dall’idea di alcuni territori, Veneto in testa, di trattenere un’ampia fetta del gettito fiscale a beneficio del territorio. Questa volta il pressing è principalmente legato alla distribuzione della competenze - si domanda mano libera su tutto, dall’istruzione alle infrastrutture - ed obbedisce ad un incrocio di interessi: da un lato la volontà autonomista, mai venuta meno, delle Regioni «capofila» del federalismo rafforzato (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) cui, da qualche anno, si sono affiancate anche Piemonte, Liguria e Toscana. Dall’altro, la volontà, all’interno della Lega, di comporre la frattura ormai esposta tra sovranisti e governisti ritrovandosi intorno a un tema comune. L’autonomia differenziata, appunto. Da cui la fuga in avanti dei ministri del Carroccio che però, come detto, trova sponda anche in alcune giunte regionali «rosse», rendendo così il nodo trasversale e quindi ineludibile.

La faccenda ha assunto presto una sua visibilità provocando non pochi riverberi negli altri partiti e soprattutto nei settori da sempre sensibili al tema. Non sorprende quindi che una immediata risposta sia partita da quel mondo di giuristi, economisti, intellettuali meridionali da anni impegnato nel contrasto ai disegni autonomisti. La forma del contrattacco è una proposta di legge di iniziativa popolare di riforma del Titolo V della Costituzione, quello che appunto disciplina le competenze di Stato e Regioni, presentato qualche giorno fa al Senato dai costituzionalisti Massimo Villone e Mario Dogliani, nonché dal presidente della Svimez Adriano Giannola. Tanti sono comunque i sostenitori dell’iniziativa: dall’economista barese Gianfranco Viesti allo storico Paolo Macry, passando per il sociologo Luigi Manconi, il giurista Francesco Pallante e molti altri. L’idea è quella di intervenire sugli articoli 116 comma 3 e 117 della Carta blindando alcuni principi essenziali: il vincolo delle richieste di autonomia a giustificate «specificità» territoriali, il ritorno in Costituzione dell’interesse nazionale e infine la restituzione di comparti essenziali come sanità, istruzione e infrastrutture alla competenza esclusiva dello Stato.

Nella loro crociata, i proponenti hanno trovato una sponda solo parziale nel ministro per il Sud, Mara Carfagna. Quest’ultima - dopo aver rifiutato la logica del «prendere o lasciare » pur avendo definito «doveroso» un ddl sull’autonomia - ha fissato tre paletti essenziali: la centralità dell’Aula, la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e l’abolizione del principio della spesa storica. Se sul primo punto la condivisione è piena, sul secondo e sul terzo la posizione degli accademici è netta: i Lep, come già accaduto per i loro equivalenti sanitari, i Lea, smussano gli eccessi di diseguaglianza ma non garantiscono, di per sé, uguaglianza. Una sfumatura non da poco che fu evidenziata, a suo tempo, anche al predecessore della Gelmini, l’ex ministro dem Francesco Boccia, che ieri è tornato a invocare «il ritorno all’unanimità della conferenza Stato-Regioni e della Conferenza Unificata», quale garanzia dei diritti. Insomma, nel ginepraio di guerre, pandemie, inflazioni e caro-energia è tornata a scalpitare pure l’autonomia. E la battaglia è appena iniziata.

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