Mercoledì 25 Maggio 2022 | 17:17

In Puglia e Basilicata

Il reportage

Tra le strade del Donbass: dove la verità è sfuggente

Tra le strade di Donbass: dove la verità è sfuggente

A combattere non sono tanto i militari di Kiev quanto i suoi miliziani

24 Febbraio 2022

Francesca Borri

Il Donbass è una di quelle guerre in cui arrivi per capire perché si combatte, quale sia il problema: e viene chiesto a te. Non fai l’intervistatore, ma l’intervistato.
Perché nessuno ha capito niente.
Nel 2015, la tregua di Minsk ha congelato la linea del fronte. E da un lato e dall’altro, sono rimasti solo quelli troppo poveri per andare via. O troppo fragili. Il giorno della firma, ero sulla strada tra Donetsk e Luhansk, le due città separatiste. Un uomo con la barba sfatta e la camicia strappata vendeva diciotto peperoncini rossi e cinque zucchine. Accanto, su uno strofinaccio, per terra, un altro aveva un mazzetto di sedano, otto carote e sette cipolle. E un secchio di mele. Un altro ancora, quattro cetrioli. Perché in Donbass, da anni ormai si vive così: rivendendo quel poco recuperato in giardino.

Quando gli ho domandato cosa pensasse di Minsk, l’uomo dalla camicia strappata, 86enne, mi ha guardato fiero. «Qui nessuno si arrenderà», mi ha detto. «I tedeschi non vinceranno». Credeva fosse ricominciata la seconda guerra mondiale.
Un giornalista è le storie che racconta, ma anche, soprattutto, le storie che decide di non raccontare. E per molti di noi, veterani di molte guerre, l’Ucraina è una di queste.
Perché la verità, è che stando in Donbass si capisce poco più che stando a casa.
E si finisce per sentirsi pedine di un gioco altrui.

Un primo problema è anagrafico. Gli inviati al fronte hanno trent’anni, quarant’anni.
Non di più. Quando è crollato il Muro di Berlino, eravamo appena nati. All’università, abbiamo studiato Gorbaciov, e la Russia che presto sarebbe entrata nella Nato. Il nostro mondo è il mondo dell’Undici Settembre. Il mondo arabo. Quando nel 2014 gli ucraini hanno occupato la piazza principale di Kiev, contestando l’oligarchia al potere, che ha reso l’Ucraina il Paese più corrotto d’Europa, secondo solo alla Russia, e costringendo alle dimissioni il presidente Viktor Janukovic, alcuni hanno prenotato un volo per Chisinau: in Moldavia. Perché nessuno neppure aveva idea l’Ucraina dove fosse.
Ancora oggi, parliamo della rivoluzione di Piazza Maidan. Si chiama Maidan Nezalezhnosti. In ucraino, «maidan» significa piazza.

In realtà, è spesso così. Si impara sul campo. Ma il problema, il secondo problema, è che in Donbass il campo è off limits. All’inizio, non avevamo restrizioni. Ora, invece, il Donbass è accessibile solo dalla Russia. Solo con un accredito di Mosca.
Né è realmente accessibile dall’Ucraina. Kiev rilascia sempre meno permessi stampa, e solo per una rapida gita al fronte con l’esercito. Anche se a combattere non sono tanto i suoi militari, quanto i suoi miliziani: che non sono proprio stinchi di santo. Ma così, alla fine si sta nelle città intorno, in cui è tutto tranquillo. O a Kiev. Che è a 800 chilometri, ed è un altro pianeta. La prima volta, avendo letto di strade lastricate di cadaveri, sono sbarcata a Donetsk in elmetto e antiproiettile: mentre gli altri passeggeri scendevano dal treno in infradito.

Ma d’altra parte. Quale battaglia è mai stata raggiungibile in treno?
E questo è il terzo problema. Perché in Ucraina, appunto, si sta quasi come a casa: scrivendo essenzialmente sulla base di quello che gira online. Solo che come tutte le guerre di Putin, questa è una guerra in cui l’informazione è un’arma. Una guerra di foto riciclate, video contraffatti. Dicerie spacciate per dichiarazioni. Una guerra in cui se stai a distanza, se scrivi di seconda mano, ti arruoli tuo malgrado. Perché l’obiettivo di Putin non è conquistare, governare: non ha senso - al più, la Russia allargherà l’area sotto il suo controllo. Il suo obiettivo è confondere. E destabilizzare.
Ed è già stato ottenuto.

All’Ucraina, la guerra è costata già 280 miliardi di dollari.
E otto anni persi a discutere di trincee e carrarmati, invece che di riforme.
Ufficialmente, la crisi è iniziata il 18 novembre, quando Putin ha chiesto alla Nato «garanzie di sicurezza a lungo termine»: e cioè il ritiro sulle posizioni del 1997 - le posizioni precedenti l’allargamento a est. Ma Putin non teme la Nato. Teme la democrazia, a cui l’Ucraina si è avviata con la rivoluzione di Maidan. E per Putin, è pericoloso. L’Ucraina potrebbe diventare un esempio. Come in Bielorussia. E soprattutto, in Russia. In cui il dissenso non è che non esiste. Semplicemente, si viene uccisi, o arrestati. In questi giorni, mentre tutta l’attenzione è sul Donbass, il principale oppositore di Putin, Alexei Navalny, che è in carcere, è di nuovo sotto processo. Rischia altri dieci di anni di condanna.

Ma alla Russia non si contesta mai niente. Perché è dalla Russia che arriva il 38% del nostro gas. Potremmo rovesciare la prospettiva, e dire che il 67% del suo gas è venduto all’Europa: e sottrarci al ricatto. Ma abbiamo scelto il silenzio.
Quanto ha ripagato, è evidente dalle nostre ultime bollette.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725