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IL COMMENTO

Addio a Scalfari, il campione dell’altra Italia tra giornalismo e politica

Addio a Scalfari, il campione dell’altra Italia  tra giornalismo e politica

Il disegno è di Ettore Viola

Con il gigante Eugenio tramonta un mondo avventuroso e pugnace, talora spericolato come il sogno seducente del «fare notizia»

15 Luglio 2022

Oscar Iarussi

Non solo un giornalista, ma un mondo. Cronista, economista, polemista, saggista, e da ultimo anche romanziere, filosofo non accademico, neo-illuminista eppure mistico nei ricorrenti dialoghi con papa Francesco, monumentato in vita da un Meridiano Mondadori delle sue opere. Eugenio Scalfari, scomparso ieri a 98 anni, è stato innanzitutto il campione di un’altra Italia nel nostro dopoguerra lungo e per certi versi infinito: l’Italia «terza» rispetto all’egemonia politica democristiana e a quella sociale e culturale del Partito comunista. Un’Italia che fu presto sconfitta nelle urne dalle due «chiese» opposte e poi confluenti secondo la formula delle «convergenze parallele» coniata da Aldo Moro nel congresso democristiano di Firenze nel 1959, invero attribuita a Scalfari da più d’uno storico (Gotor fra gli altri). Tuttavia, l’ispirazione ideale di quell’Italia minoritaria è rimasta vivida, indomita, carismatica come la barba fluente e via via più canuta del Nostro, affettuosamente rinominato «Barbapapà» nella redazione di «la Repubblica», il suo giornale. Ben inteso, suo senza virgolette, dal 14 gennaio 1976 e per sempre sotto la testata dove figura come «fondatore», il Padre Pellegrino di una nuova Terra Promessa, al pari di Antonio Gramsci per “l’Unità” cui proprio il quotidiano scalfariano sottrasse gran parte dei lettori di sinistra.

Scalfari fu di certo cedevole alla Realpolitik nei cambi di stagione (venne eletto deputato del Psi nel fatidico 1968) e sicuramente interessato al potere, sebbene in fondo sempre fedele alla matrice originaria di una borghesia colta, liberal-socialista, non sdegnosa dei piaceri mondani (il padre diresse il Casinò di Sanremo, dove il liceale Scalfari ebbe Italo Calvino tra i compagni di classe). La sera andavamo in via Veneto, recita il titolo di un suo memoriale di successo (Mondadori 1986), la stessa strada della Dolce Vita, tra avventure del pensiero, passioni da non reprimere, andirivieni di divi e stelline nel circo romano dei debuttanti anni Sessanta, e imprese funamboliche a cominciare dal capolavoro di Federico Fellini con Marcello Mastroianni. In quel libro, Scalfari rievoca Marcello come «un giornalista “impegnato” sia pure a modo suo, dalle cui tasche ogni tanto spuntava un "Espresso"; e quello fu il segno della consacrazione». Il riferimento è al settimanale che il trentenne Eugenio aveva fondato nel 1955 con Arrigo Benedetti, trovando i finanziatori in Enrico Mattei e Adriano Olivetti sfilatosi dopo non molto. Il ricordo suona come una generosa rivendicazione pro domo sua dell’importanza dell'«Espresso» pubblicato nel proverbiale formato lenzuolo e diretto da Benedetti. Oltre a essere una delle firme, Scalfari è il direttore amministrativo dell'«Espresso» e nel 1963 ne diventa direttore responsabile.

«Capitale corrotta = nazione infetta» è il titolo della prima storica inchiesta (11 dicembre 1955), svolta dallo scrittore Manlio Cancogni, sulla speculazione edilizia a Roma. Ne seguono altre non meno incisive sull’opinione pubblica, anche grazie alla titolazione immaginifica che avrebbe fatto scuola nella stampa italiana. Qualche esempio? «L’Africa in casa», una denuncia del Mezzogiorno degradato. Oppure «La mappa del potere» sulle connessioni tra politici e imprenditori, che avrà una sorta di corposo seguito nel 1974 quando per Feltrinelli esce il celebre Razza padrona di Scalfari e Turani. «L’Espresso» aggiorna la vocazione laica e liberal all’americana del leggendario “Il Mondo” diretto da Mario Pannunzio, con «il redattore cupo» Ennio Flaiano, ed Ernesto Rossi, Giovanni Spadolini, Enzo Forcella, Antonio Cederna. Mentre sul fronte della stampa quotidiana un’autentica innovazione viene dal milanese «Il Giorno» (1956) voluto dall’Ente Nazionale Idrocarburi di Mattei, schierato apertamente per il centro-sinistra. In edicola fa allora capolino un involontario terzo polo laico, rispetto a quelli democristiano e social-comunista, corrispondente all’aspirazione «azionista» e mazziniana nutrita da Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Emilio Lussu e Riccardo Lombardi prima che fosse mortificata - l’abbiamo accennato prima - nelle elezioni per l’Assemblea Costituente (nel 1946 il Partito d’Azione attirò un misero 1,46 per cento dei voti). Insomma, si radicalizzano le pulsioni politico-culturali del gruppo di «Il Mondo» che mirano ora a una platea più vasta. È l’intuizione decisiva del cenacolo che fa capo all’«editore fortunato» Carlo Caracciolo e allo stesso Scalfari, i quali daranno poi vita all’esperienza di «la Repubblica» (1976) con l’implicita vocazione a concretare ben più d’un giornale: un’approssimazione quotidiana a «un’idea dell’Italia» - scrive Angelo Agostini (il Mulino 2005) - in grado di interloquire con le élite. Sono le classi colte, definiamole genericamente, che fino a ieri coincidevano con un notabilato post-fascista e oggi, all’improvviso, risultano democratizzate grazie alla scolarizzazione di massa invisa a Pasolini. Costituiscono l’avanguardia diffusa e capillare d’una modernità contraddittoria e tuttavia scalpitante a cominciare dalle relazioni private (un’embrionale proposta di legge in favore del divorzio, a firma del socialista Loris Fortuna, risale al 1965).

Il gruppetto eccentrico del «Mondo» nel 1955 in parte confluisce nelle fila del Partito Radicale insieme al giovane Marco Pannella e a Scalfari che ne diventerà vicesegretario dal 1958 al ’63. Ma gli ambiti ristretti, se coesi, hanno una forza d’attrazione inimmaginabile. La Dolce Vita rimane alla portata di pochi, sebbene faccia sognare le platee che nella realtà debbono contentarsi di indossare il maglione a collo alto intravisto nel film. Alla stessa stregua, il ceto medio affluente e progressista per trent’anni e oltre, leggendo «la Repubblica», sostituirà di fatto l’estetica alla politica e persino alla «passione dell’etica» cara a Scalfari, per dar vita a uno spirito culturale di massa in cui pure ciascuno si sente testimone «unico» nell’orizzonte antagonista. Già, «la Repubblica» è stata a lungo qualcosa di più e di diverso rispetto a un quotidiano classico: un passaporto, una carta d’identità, l’appartenenza quasi «tribale» a una comunità che si rispecchia nelle firme del giornale e ne divulga il verbo, in primis quello del Fondatore. Ciò vale soprattutto per alcune generazioni di giornalisti che hanno cominciato guardando a Montanelli o a Scalfari, i due grandi innovatori del “mestiere” nel secondo dopoguerra. Con il gigante Eugenio tramonta un mondo avventuroso e pugnace, talora spericolato come il sogno del giornalismo che sedusse - fra tanti - il ragazzo di provincia che oggi qui lo ricorda e lo piange.

*Il disegno è di Ettore Viola

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Commenti all'articolo

  • pillinini

    16 Luglio 2022 - 12:39

    Ettore Viola, marito della figlia di Scalfari

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